La localizzazione del ‘Camerino Dipinto" e del "Paradiso"

L'affascinante tema della ubicazione originaria dei due ambienti affrescati da Nicolò Dell'Abate all'interno della rocca di Scandiano (il Camerino, con le storie dell' Eneide, e il Paradiso, con il grande Convito degli Dei [224] e le vele dipinte con i Personaggi musicanti), è stato oggetto di ipotesi avanzate da numerosi studiosi, mai suffragate da una precisa documentazione. L'esame del materiale d'archivio di recente reperito negli Archivi di Stato di Reggio Emilia, Modena e Ferrara permette ora, con maggiore sicurezza, non solo localizzare i due ambienti all'interno della rocca, ma pure di avanzare ipotesi certamente più attendibili riguardo le loro dimensioni e la successione dei dipinti al loro interno. Una breve introduzione relativa alle vicende legate agli affreschi scandianesi è necessaria per poter inquadrare l'opera di Nicolò Dell'Abate all'interno dell'ambiente culturale ed artistico dell'epoca.

Il feudo di Scandiano si afferma tra le corti padane del quindicesimo e sedicesimo secolo, grazie al "buon governo" dei Boiardo, raggiungendo un alto livello di vita sociale e culturale. In particolare Giulio Boiardo tra il 1520 ed il 1540, proseguendo i lavori avviati dal padre, dà inizio alla trasformazione del paese e all'abbellimento della rocca. L'edificio, da primitivo fortilizio medioevale destinato alla difesa, si trasforma in un sontuoso palazzo rinascimentale ornato di pitture e sculture, di arredi e preziose suppellettili e dotato di una fornita biblioteca, luogo di villeggiatura e di operoso ozio, preferito dal poeta Matteo Maria Boiardo e poi dai suoi eredi.

Nell'ambito di questa fase di rinnovamento assume grande rilievo la commissione a Nicolò Dell'Abate dell'esecuzione di un ciclo di affreschi, all'esterno ed all'interno della stessa rocca. Già si è parlato degli affreschi all’esterno della rocca, sui lati nord e est del cortile d'onore (pag. 23 - 24), oggi completamente perduti. All'interno, nell' appartamento di Giulio Boiardo vengono dipinti ad affresco due ambienti che per il conte devono essere l'espressione del raggiunto prestigio e del consolidato potere. In particolare il Camerino o "Studiolo" rappresenta all'interno di tanti palazzi dell' epoca il locale più elegante e raffinato, il vero centro della casa vissuto come "un valore di "exemplum" etico da cogliere attraverso la valenza simbolica dell'immagine". [225]

La contessa Silvia Sanvitale, moglie di Giulio Boiardo, è nipote di Galeazzo Sanvitale, già committente della "stufetta" dipinta dal Parmigianino nel castello di Fontanellato, ed è stata avanzata l'ipotesi che per l'intercessione di lei Nicolò ottenga il permesso di frequentare "le stanze private della contessa Paola Gonzaga Sanvitale, per uno studio approfondito della ovidiana favola di Diana e Atteone dipinta dal geniale, discusso, aristocratico Francesco Mazzola".[226]

Nicolò dell'Abate e i Boiardo possono però avere conosciuto anche gli altri precedenti esempi di camerini dipinti, se non lo studiolo di Urbino, certamente quelli a loro più vicini di Ferrara, Belfiore e Mantova, nei quali sono temi predominanti le rappresentazioni letterarie ed allegoriche ed i ritratti dei committenti. La decorazione di questi ambienti, "strutturata in un programma iconografico contribuisce non solo a definire i caratteri dello studiolo, ma indica i contenuti significanti dello stesso, come fenomeno artistico in rapporto alla committenza".[227]

Nel caso di Scandiano il soggetto viene molto probabilmente indicato da Sebastiano Corrado, "dotto umanista e intrinseco del conte Giulio" che a Reggio Emilia "da precettore di lettere greche e latine ai fanciulli era diventato maestro di sapienza e vita ai concittadini: la dottrina cristiana e quella platonica, armonizzate tra loro furono esposte, seguite e dibattute in elette adunanze che assunsero il carattere di dotta accademia, quella degli "Accesi"",[228] e che a Firenze nel 1555, un anno prima della morte, pubblicherà un commentario al primo libro dell'Eneide.[229] Ci si potrebbe chiedere come mai dovendo scegliere un tema letterario per la decorazione del Camerino non venisse scelta l'opera che aveva dato fama ad un Boiardo, cioè l'Orlando Innamorato di Matteo Maria. La risposta può venire dal fatto che all'epoca già esiste nel cortile un ciclo di dipinti raffiguranti le storie di Orlando, e che "scegliendo le storie di Enea, i conti Boiardo andavano incontro alla diffusione del gusto classico, favorita dalla necessità avvertita di risolvere il problema dell'unità del soggetto e del protagonista senza annullare la varietà dei contenuti, e di armonizzare le esigenze del 'verisimile' e del "fantastico"".[230] Inoltre all'epoca di Giulio Boiardo "i soggetti di derivazione classica erano in gran voga; tra il 1505 e il 1522 le edizioni dell'Eneide si susseguono".[231] Non è da trascurare infine il fatto che il nome del conte Boiardo è proprio Giulio Ascanio, lo stesso del figlio di Enea, il personaggio che viene celebrato nel poema prescelto, segno che il testo di Virgilio doveva essere tenuto in gran considerazione all'interno della corte scandianese.

La presenza di Nicolò a Scandiano è stata recentemente stabilita con sicurezza da Orianna Baracchi grazie al ritrovamento di un inedito atto notarile che permette di attestare il trasferimento dell'artista da Modena a Scandiano, dove risiede per tre anni dal 1540 al 1543.[232] Viene così confermata l'ipotesi già esposta da Sylvie Beguin, curatrice della mostra su Nicolò dell'Abate allestita a Bologna nel 1969, secondo la quale l'esecuzione degli affreschi di Scandiano può essere datata intorno al 1540.[233] Questa datazione viene però accettata dalla critica più recente soltanto per il camerino dell'Eneide, mentre, come scrive Massimo Pirondini, "si tende a postdatare la decorazione della "Sala del Convito" per i forti influssi parmigianineschi".[234] Gli affreschi del Paradiso sarebbero stati realizzati infatti, secondo lo stesso studioso, negli anni tra il '44 e il '45, in una fase di lavori strettamente contigua, o forse intersecantesi, con i cicli decorativi della vicina Sassuolo.

Il Camerino dell'Eneide, realizzato come si è detto tra il 1540 ed il 1543, viene utilizzato per un breve periodo, così come l'appartamento del quale fa parte. Giulio Boiardo muore infatti nel 1553 ed il feudo passa in eredità, in mancanza di discendenti maschi, al fratello Ippolito, infermo di mente, che governa per mezzo di speciali curatori assegnatigli dal duca d'Este fino al 1560 quando muore senza eredi. Successivamente i nuovi feudatari, i Thiene che governano dal 1565 al 1623, affidano all'architetto Giovan Battista Aleotti la ristrutturazione dell'ala opposta della rocca per ricavare l'appartamento residenziale. Anche l'ala sud viene, nel corso di questi lavori, completamente sventrata per par posto alla nuova facciata, allo scenografico scalone, ed alla immensa sala centrale. Inoltre alla metà del '600 una delle camere dei Boiardo, quella in fronte alla Galleria, è trasformata, con l'apertura di una grande serliana, in loggia aperta verso il giardino ad est. L'appartamento dei Boiardo, o meglio quello che ne rimane viene così ad essere isolato in un'ala della rocca non utilizzata dai nuovi feudatari e lasciato quasi in abbandono. Molti inventari della rocca redatti dalla fine del '600 al 1752 descrivono infatti le camere dell'ala est piene di suppellettili e mobili "vecchi, usi e laceri".

L'originale configurazione del "Camerino dipinto" è rimasta fino ad oggi sconosciuta anche per l'assenza di precisi documenti archivistici o descrittivi relativi all' assetto distributivo dei lati est e nord della rocca. Inoltre la mancanza di testimonianze dirette relative al lavoro di distacco degli affreschi non assecondava la ricostruzione di questi ambienti. Il lavoro critico fondava le proprie ipotesi quasi esclusivamente sull'esame degli affreschi superstiti che, staccati dallo scultore bolognese Sebastiano Pantanelli nel 1772, vengono trasferiti a Modena e sistemati nel Salone del Palazzo Ducale. Nel 1815 un rovinoso incendio, ricorda Adolfo Venturi, danneggia irreparabilmente "tre quadri dell'Eneide, le otto donne dei pennelli della volta, un monocromato e due quadretti semicircolari". [235] Infine i dipinti superstiti, dopo il restauro ed il trasporto su tela, vengono depositati presso la Galleria Estense. Della camera del Paradiso rimangono invece, oltre ad una metà del grande affresco del soffitto, sedici vele della volta dipinte con figure di musicanti.

Il primo studioso che tenta una ricostruzione del Camerino è Giambatista Venturi, che nel 1821 dà alle stampe un grande in folio [236] contenente una descrizione dei dipinti, un saggio sull'attività di Nicolò Dell'Abate e sull'opera di diversi altri artisti che hanno rappresentato l'Eneide, ma soprattutto una serie di incisioni realizzate da Antonio Gajani e da Giulio Tomba tratte da disegni eseguiti prima dell' incendio. Queste riproducono i dodici canti del poema (ill. n° 84), otto vele con figure femminili (ill. n° 93), nove battaglie monocrome e l'ottagono del soffitto. Non vengono rappresentate le lunette, probabilmente perchè non attinenti al tema virgiliano ma raffiguranti soggetti riferiti alla famiglia Boiardo, o ad episodi storici o momenti di vita quotidiana a Scandiano.

Secondo Venturi nel Camerino "vedevansi quattro ordini di pitture. Il primo, più basso degli altri e sottoposto all'Eneide, cominciava alto da terra a circa tre quarti di metro e di là ascendeva per altri 80 centimetri. Quivi erano dipinti gruppi di guerrieri larghi circa mezzo metro per ciascheduno. Nove dei quali trasportati col resto a Modena sussistono anche oggidì. (...) il secondo ordine di pitture, posto sopra il precedente, conteneva i quadri dell'Eneide sopra descritti: ciascuno di essi alto 110 centimetri e largo chi 80 centimetri e chi sino a un metro. Questo secondo ordine di pitture ascendeva fin verso la cornice del Gabinetto (...). Sopra la cornice aprivansi nel volto della stanza diverse lunette corrispondenti ai sottoposti quadri dell'Eneide (...) otto donne che stavano nei pennelli della volta fra ogni due lunette larghi tali archi un metro circa nella tangente rettilinea della loro cima e solo 15 centimetri nella base appoggiata al basso fra due lunette".

Venturi descrive il Camerino dopo una lunga ricerca, documentata da una serie di appunti manoscritti conservati nella Biblioteca Municipale di Reggio Emilia. [237] Tra questo materiale si trova la minuta di una lettera con la quale lo studioso richiede a Paolo Braglia, all'epoca proprietario della rocca, notizie relative alla forma del Camerino e alle dimensioni degli affreschi. [238] Nonostante fossero passati solo quarant'anni dal distacco degli affreschi Venturi riesce ad avere solo notizie vaghe e imprecise. [239] I risultati di queste prime indagini sono condensati in due appunti corredati da schizzi degli elementi decorativi e della pianta dell'ambiente. Nel primo si afferma che "i quadri dell'Eneide sono alti 110, larghi da 88 a 100. Le Donne sono larghe in cima 100, in fondo 15, alte secondando l'arcata 90. Le battaglie sono alte 80, larghe 41 e 50. L'ottagono è largo 75. I suoi lati sono 31.". Nel secondo (ill. n° 80) Venturi propone una pianta del Camerino rappresentato come un rettangolo di "lunghezza di braccia undici e larghezza di braccia sette", con due finestre e un camino sul lato verso il giardino e una sola porta che comunica con una stanza a sud. Il Camerino è inoltre separato dal lato dell'edificio verso il cortile interno, da un "andavino". Convertendo le misure da braccia reggiane (metri 0,538) otteniamo così le misure in metri di 5,90 x 3,75.

Una ricostruzione successiva è quella tentata da Roberto Gandini nel 1981,[240] nella quale viene avanzata l'ipotesi della presenza di due porte che mettono in comunicazione il Camerino con gli altri ambienti dell'appartamento dei Boiardo. Il Camerino così ricostruito risulta un ambiente rettangolare delle dimensioni di metri 4 x 3,40, privo di finestre e di camino. Lo studioso giustifica l'ipotesi di un Camerino "oscuro" con la "attuale buona conservazione dei dipinti e la moda del tempo per simili locali" e fa riferimento ai "più noti gabinetti isabelliani di Mantova, a quelli di Belfiore di Ferrara ed alla stufetta di Fontanellato, dai quali certamente, quello di Scandiano aveva tratto ispirazione.". Inoltre, continua Gandini, "dei molti atti notarili stilati dai cancellieri dello stato nell'appartamento del conte Giulio, mai nessuno fu redatto nel "Camerino delle pitture" o anche nel "Camerino parvo pincto" come viene chiamato dai notai".[241] L'ipotesi secondo cui i camerini dell'epoca, ed in particolare quelli di Mantova e Belfiore, non presentavano aperture verso l'esterno appare non convincente nè sufficientemente documentata. Al contrario, come segnala Liebenwein, il primo studiolo di Isabella d'Este, situato nel castello di S.Giorgio, "riceveva luce (...) da una finestra aperta sulla parete orientale, che solo nel maggio 1496 fu trasformata in una porta-finestra",[242] e così i successivi camerini fatti realizzare all'interno del Palazzo Ducale intorno al 1522 hanno ognuno una grande finestra sulla parete meridionale.[243]

Una diversa ipotesi è quella formulata da Erika Langmuir nel 1976, in un articolo[244] estratto dalla tesi di laurea discussa presso la Stanford University. In questo prezioso contributo si ipotizza per la prima volta un ordine di lettura degli affreschi del Camerino in cui lo schema compositivo, e quindi il susseguirsi del tema allegorico, segue una successione che dal basso procede verso l'alto:Dopo un'epoca di guerre e lotte tra eserciti rivali (le battaglie monocrome) si assiste con l'epica storia di Enea, alla fondazione della "Civiltà Romana", alla quale fa riferimento l'attuale vita armoniosa della corte dei Boiardo (rappresentata dalle lunette), per terminare poi nell'apoteosi della famiglia dei feudatari, ritratta nell'ottagono del soffitto nell' atto di osservare con sorrisi benevoli gli avvenimenti che si svolgono al di sotto, e attorniata da musicisti e poeti coronati di alloro.
Langmuir ricostruisce il camerino come un ambiente quadrato, nel quale "gli affreschi non dovevano essere raggruppati in due gruppi di quattro e due di due, ma in quattro gruppi di tre, (...) la scala della decorazione conosciuta e la tradizione secondo cui si trattava di un gabinetto o salotto, suggeriscono che fosse piccolo. il soffitto a volte avrebbe compensato la discrepanza nelle misure fra le figure dei pennacchi e il resto della decorazione. Le irregolarità nell'ampiezza degli affreschi e delle lunette suggeriscono l'esistenza di altre aperture al livello dell'Eneide, probabilmente finestre. Potrebbero esserci stati originariamente undici monocromi (Venturi ne cita solo nove) più un camino. Avrebbe dovuto esserci una porta. Questo è tutto quello che si sa o che si può plausibilmente ipotizzare".[245] L'assenza di ricostruzioni grafiche non permette comunque di approfondire l'ipotesi avanzata che, fissata all'interno di una ben precisa geometria, porta alla collocazione delle scene principali al di sopra di uno zoccolo di circa 50 centimetri, e dei monocromi (80 cm.). Questo fa sì che la base degli affreschi raffiguranti l'Eneide venga a trovarsi ad una altezza (considerando qualche fascia decorativa intermedia) di circa 140 centimetri, giustificando in tal modo anche la collocazione a quel livello di porte e finestre. La disposizione proposta, se da una parte asseconda la godibilità delle scene, che verrebbero così a trovarsi ad altezza d'occhio, rende però inevitabile la suddivisione di almeno due delle pareti in quattro comparti, necessari alla collocazione di una porta e delle ipotizzate finestre. Ipotesi questa che viene a contraddire la "probabilità della suddivisione delle pareti in tre parti, sia orizzontali che verticali"[246]. L'unica soluzione che possa rendere accettabile questa ipotesi è la maggiore altezza del ciclo pittorico principale, che si verrebbe a collocare al di sopra della porta d'ingresso e dunque anche alle finestre.

Rita Parma Baudille in un saggio dedicato agli affreschi scandianesi pubblicato nel catalogo della mostra Virgilio nell'arte e nella cultura europea (1981), sostiene che la celebrazione di Enea, rappresentata "in chiave medievaleggiante e cavalleresca" da Nicolò dell'Abate "magnificava il committente Giulio Ascanio come erede della politica e delle tradizioni letterarie della famiglia attraverso l'implicita analogia con il figlio di Enea, Julio Ascanio, erede materiale e spirituale delle conquiste paterne".[247] Nello stesso saggio si avanza una nuova ipotesi relativa alla forma del Camerino. In una illustrazione che affianca il testo l'ambiente viene riproposto in forma quadrata: due pareti contengono ognuna quattro canti del poema, le altre due solo due dipinti divisi da una grande apertura centrale (porta e finestra).[248]

Nessuna delle succitate ipotesi risulta convincente nè sufficientemente documentata. Si sono così intraprese nuove ricerche che hanno condotto alla formulazione di una diversa ipotesi di ricostruzione del "Camerino dipinto".

La ricostruzione deve prendere inizio dal momento del distacco degli affreschi. Questo avviene nel 1772 per ordine del duca Francesco III, che richiede il trasporto dei dipinti a Modena e la successiva collocazione nella "Gran Sala" del Palazzo Ducale. Sono stati perciò consultati presso l'Archivio di Stato di Modena i fondi relativi alla documentazione delle spese sostenute per l'intero ciclo dell'operazione: l'"Amministrazione della Casa", l'"Amministrazione dei Principi" e soprattutto la cosiddetta "Cassa Segreta", un particolare archivio "di recapiti contabili, quasi sempre di particolare importanza, che venivano fin dall'origine conservati a parte, in un armadio chiamato appunto "Cassa Segreta"".[249] In questi registri sono con puntigliosa efficienza documentate, tramite resoconti, fatture, memorie, spese riguardanti viaggi, conti del "salinaro", vendite o acquisti di beni immobili, e lavori a diversi edifici quali i palazzi di Modena, Tivoli, Rivalta.

In particolare una serie di filze datate tra il 1772 e il 1774 contengono infatti le testimonianze, molto particolareggiate, relative alle spese sostenute dalla Camera Ducale per i lavori di distacco degli affreschi.

Il primo documento, del 18 giugno del 1772, è un fascicolo redatto dall'amministratore ducale Vincenzo Fabrizi, nel quale si espongono i risultati di un sopralluogo effettuato presso la rocca di Scandiano "per visitare li risarcimenti che necessariamente si stanno facendo in quella Rocca (...) e per opinare se venivano eseguiti nella conformità prescritta".[250] Vengono descritti i danni provocati da un fulmine, il giorno 3 dello stesso mese, che avrebbero pregiudicato la stabilità della intera fabbrica e in particolare del Gabinetto dell'Eneide, che si troverebbe in "prossimo pericolo di perire". Fabrizi consiglia il distacco delle "insigni pitture che hanno formato e formano la virtuosa curiosità di tanti intendenti stranieri di sì bell'arte" da affidarsi allo scultore Pantanelli, non nuovo a questo tipo di operazione Si descrivono le pareti del Camerino che "rappresentano specialmente e minutamente i fasti, le avventure e trasformazioni espresse e cantate nell'Eneide di Virgilio, divise e disposte in dodici quadrati a colore; la soffittura è piena di busti e teste coronate d'allori, che raffigurano gli antichi più celebri poeti, oltre altre otto Medaglie o siano Camei meravigliosamente dipinti a chiaro scuro sulla imitazione di Raffaello, che veramente sorprendono per l'ingegnoso lavoro, per l'esattezza e conservazione, sebbene contino tali opere una decorrenza di tempo oltrepassante due secoli" .

In un'altra lettera allegata allo stesso resoconto Pietro Termanini,[251] Architetto Ducale ed Ufficiale della Munizione delle Fabbriche, descrive il metodo da utilizzarsi per il distacco degli affreschi. Termanini afferma che le pareti del Gabinetto "essendo di matoni e non di sassi e di una testa sola e le pitture della sola larghezza di sedici oncie in circa, non v'è difficoltà veruna che non si possano tagliare a pezzo per pezzo rifacendo in gesso il muro tagliato per tagliarne con sicurezza l'altro pezzo superiore rifacendo sempre immediatamente il muro tagliato". Si ripete che "il Gabinetto suddetto è in un cattivissimo stato e minaccia ruina si per le ingiurie del tempo come per una recente scossa ricevuta da un fulmine scoppiato nella rocca".

L'operazione è poi approvata dalla "Segreteria di S.A.Ser.ma, Milano", che precisa come possa aver luogo "l'operazione proposta della segatura dei muri dipinti dal celebre Pittore Nicolò Abbate (...) semprechè condur si possa al suo fine con sicurezza di buon esito".[252] In un'altra, non firmata, diretta a Vincenzo Fabrizi si dà atto dell'approvazione del progetto di distacco delle pitture e dello stanziamento della cifra di "trenta zecchini per l'intera operazione".[253]

Interessantissima è soprattutto la descrizione del Camerino, sino ad oggi sconosciuta, dalla quale si rileva, oltre a particolari già noti, l'inedito accenno ad "altre otto Medaglie, o siano Camei meravigliosamente dipinti a chiaro scuro sulla imitazione di Raffaello". È possibile che la descrizione si riferisca in realtà alle otto vele, oggi perdute ma documentate dalle incisioni, raffiguranti figure femminili in atto di reggere il soffitto, ma le forme triangolari delle stesse difficilmente possono essere definite, nell'uso corrente, come "Medaglie o Camei", termini con i quali solitamente si indicano immagini di forma ovata. Anche il riferimento secondo cui "la soffittura è piena di busti e teste coronate d'allori", lascia supporre che tra il piccolo ottagono (di cm 70 di diametro) al centro del soffitto e le volte esistessero altre raffigurazioni andate successivamente perdute.

Da un documento datato 3 luglio 1772 si apprende che "si è posta mano al taglio dei muri dipinti del Gabinetto della Rocca di Scandiano, pel proseguimento del quale lavoro sono a supplicare le Sig.rie Loro Ill.me di voler degnarsi di ordinare la spedizione di un mandato a rendere conto da quel Ducal Provveditore, Capitan Giuseppe Grappi", [254] e in un altro datato 6 luglio viene presentato il conto del falegname Felice Pini che descrive le spese sostenute per la fabbricazione delle casse per trasportare gli affreschi staccati. Questa bolletta segnala "otto sagome per li quadri del suffitto del Camarino dipinto", "una cassetta", "tre casse sentinate", "11 casse per lunette", "11 casse per incassare li quadri a chiaro scuro", "12 casse grande per li quadroni", "un'altra cassa grande dopia", e "4 altre casse per il suddetto camarino" (ill. n° 95). [255]

I dati sembrano contraddire quanto fino ad oggi ipotizzato riguardo al numero complessivo degli affreschi del camerino. Le lunette riposte nelle casse risultano infatti undici e non dodici, e sarebbero undici anche i "quadri a chiaro scuro" che vengono imballati nei rispettivi contenitori. Questi ultimi possono essere identificati con le battaglie (ill. n° 92), ma dalla descrizione di Termanini sappiamo che anche nel soffitto vi erano "otto medaglie o camei dipinte a chiaro scuro", la cui presenza è confermata dalle otto sagome, probabilmente intelaiature, realizzate dal falegname. La ricostruzione risulta complicata anche dalla citazione di diverse altre casse di cui non viene specificato il contenuto. [256]

I lavori di distacco degli affreschi proseguono fino al 17 settembre del 1772, quando, in una lettera al duca, Vincenzo Fabrizi nel riferire che è stato "ultimato il lavoro del taglio delle pitture che esistevano nei muri del Gabinetto della Rocca di Scandiano, eseguita con felice successo corrispondentemente alla già proposta idea, sotto la direzione dello scultore Pantanelli", chiede il mandato di pagamento.[257] Pagamento a cui successivamente Pantanelli chiederà una aggiunta di cinque zecchini, in considerazione della difficoltà del lavoro e della ottima riuscita dello stesso.[258]

Purtroppo in questi documenti, pur doviziosi di informazioni sul lavoro di "strappo" degli affreschi, non è stata ritrovata, a parte l'informazione riguardante non meglio precisati "medaglioni o camei" e il numero delle casse appositamente costruite per trasportare i dipinti a Modena, nessuna descrizione relativa all'ambiente dal quale veniva per sempre rimossa l'Eneide di Nicolò Dell'Abate. Inoltre tutti i documenti fin qui ritrovati descrivono solo il distacco degli affreschi del Camerino, e non fanno alcun accenno al luogo in cui questo ambiente si trova all'interno della rocca.

Un documento individuato e pubblicato recentemente da Orianna Baracchi[259] permette di ricostruire la sistemazione degli affreschi staccati da Scandiano all'interno della "Gran Sala" del Palazzo Ducale di Modena. Si tratta di un perizia redatta nel 1811 da Antonio Boccolari per descrivere lo stato dei dipinti e preventivare il costo dell'eventuale restauro. Da questa dettagliata relazione che documenta i difetti e i rifacimenti di ogni singolo dipinto si può ricavare la originale corrispondenza tra gli affreschi raffiguranti i Canti dell'Eneide e lunette soprastanti. Boccolari elenca dodici canti dell'Eneide, dodici lunette e dodici battaglie, mentre non fa alcun cenno alle vele delle volte che invece Venturi pubblicherà nell'in-folio del 1821.

Si è detto che Giambatista Venturi all'inizio dell'800 localizza per primo il Camerino nell'ala est della rocca, tra il cortile interno e il giardino di ponente. Anche Roberto Gandini, [260] in epoca recente, posiziona il Camerino in questa parte dell'edificio, basandosi su documenti notarili, ed in particolare su un atto firmato "in arce Scandiani in camera versus Casalgrande contigua Camerino dipinto". [261] Nessun documento aveva però permesso fino ad oggi di conoscere la precisa disposizione dell' ambiente all'interno della parte est del complesso, quella che nel corso degli ultimi due secoli ha subito più delle altre demolizioni e riadattamenti.

Il primo dei numerosi progetti di Giovan Battista Aleotti per l'ampliamento della rocca (ill. n°1), [262] ci restituisce finalmente la rappresentazione in pianta dell'ala est della rocca all'inizio del secolo diciassettesimo, e permette così di conoscere la disposizione dell'appartamento dei Boiardo all'interno del quale si trova il Camerino. La pianta di Aleotti mostra nell'ala est due camere principali: la prima è posizionata in fronte alla galleria, che all'epoca ha dimensioni più contenute rispetto alle attuali, e a questa fa seguito un'altra camera che comunica con due ambienti più piccoli (vedi illustrazione). Il primo mette in comunicazione la camera centrale dell'appartamento con un'altra a nord dalla quale si accede poi alla scala, mentre il secondo riproduce abbastanza fedelmente il Camerino di Nicolò Dell'Abate nella forma già ricostruita da Giambatista Venturi

Il Camerino si rivela così un ambiente a pianta rettangolare, con due finestre che si affacciano verso est, ed una sola porta che mette in comunicazione con la camera centrale dell'appartamento, probabilmente quella del conte Giulio Boiardo. Un incavo tra gli strombi delle due finestre fa apparire probabile la presenza di un camino, mentre l'esistenza di aperture viene confermata dall'osservazione diretta condotta sulla parete esterna dell'ala est nella quale sono riconoscibili con particolare evidenza le tracce di due finestre tamponate nell'esatta posizione indicata dalla pianta di Aleotti. Questo conferma l'attendibilità del rilievo grafico seicentesco, che, pur con le dovute approssimazioni (non si tratta infatti di un rilievo preciso ma di un disegno finalizzato soprattutto alla visualizzazione di demolizioni e nuove edificazioni), permette di ricostruire le dimensioni dell'ambiente: metri 4 x 5 circa.

In base a queste nuove risultanze si è così tentata una ricostruzione del camerino che tenesse conto delle misure degli affreschi di Nicolò dell'Abate e di quelle quelle dell'ambiente rappresentato nella pianta di Aleotti.

Risulta evidente dal confronto tra gli affreschi la maggiore larghezza dei primi due "canti" dell'Eneide rispetto ai rimanenti. Particolarità questa che ha fatto pensare ad una loro probabile collocazione, assieme al terzo canto oggi perduto, nella parete ovest del camerino, a sinistra di chi entra. Sulla parete seguente (nord) sono ubicati i quattro episodi successivi, larghi circa 85 cm.; l'ottavo canto, unico nella parete est, è posizionato tra le due finestre, e potrebbe essere stato in origine largo più di un metro, come i primi tre che gli stanno di fronte. Nell'ultima parete, a sud, prima di tornare alla porta, sono disposti gli ultimi quattro affreschi che presentano di nuovo una base di 85 centimetri.

Tra una scena e l'altra dell'Eneide rimangono, per i probabili fregi decorativi, circa 25 centimetri. Si è ipotizzato anche uno zoccolo non decorato, che Venturi afferma essere "tre quarti di metro d'altezza" sopra al quale, oltre a probabili fregi decorativi, si trovano le battaglie monocrome (ill. n°92). In questo modo l'altezza da terra delle scene dell'Eneide, e quindi della porta d'ingresso risulta di circa 180 cm. Le dimensioni delle battaglie (da 42 a 57 cm di base, per 80 cm di altezza) fanno supporre una loro probabile collocazione a coppie al di sotto dei quadri principali, oppure la presenza di altri elementi decorativi laterali nel caso che ad ogni canto dell'Eneide corrispondesse in basso una sola battaglia.

L'altezza del camerino in questa ricostruzione risulta essere, sommando le dimensioni di zoccolo, battaglie, canti dell'Eneide e lunette, di circa metri 3,50, la medesima delle altre stanze che si trovano sullo stesso piano nell'ala a nord-est. Una di queste camere, la più piccola, conserva ancora il soffitto a voltine (ill. n° 98).

Le incisioni di Antonio Gajani e Giulio Tomba, pubblicate nell'in folio del 1821 e che si basano su disegni realizzati dall'accademico pontificio bolognese Giuseppe Guizzardi prima dell'incendio del 1815, confermano la non trascurabile differenza tra la misura della base dei primi tre canti e dell'ottavo (oltre un metro) e quella di tutti gli altri, che risulta inferiore (circa 85 cm). L'ottavo canto dell’Eneide (ill n° 84 e 85) in origine doveva essere dunque più largo rispetto alle dimensioni attuali. Appare evidente infatti la scomparsa di una decina di centimetri circa nella parte destra, dove l'incisione raffigura alcune navi, e di altri 3-4 cm lungo il lato sinistro.

L'esame diretto degli affreschi, effettuato durante il recente restauro, conferma ulteriormente l'ipotesi; l'ottavo canto risulta infatti tagliato e l'immagine dipinta prosegue anche oltre i bordi destro e sinistro, nelle parti ripiegate sul telaio (ill. n° 86 e 87). Differente lo stato degli altri dipinti, nessuno dei quali presenta evidenti segni di mutilazione; alcuni anzi mostrano con evidenza il contorno dell'originale riquadratura e tracce di un motivo decorativo di colore ocra che doveva scandire la successione delle scene. Si può quindi ritenere che, a parte l'ottavo canto e con leggere tolleranze dovute al distacco, quelle attuali siano le misure originali dei riquadri affrescati con le scene dell'Eneide.

Nel caso delle lunette l'esame rivela invece la notevole differenza tra un gruppo di sette affreschi, dai soggetti e dallo stile più uniformi, e i due denominati Allegoria della pace e Tre ritratti.
La prima pare ottenuta da un fregio di tutt'altro genere. Nelle parti a destra e a sinistra appaiono infatti evidentissime le aggiunte (ill. n°91) e lo stile della raffigurazione, che si discosta notevolmente da quello delle altre lunette, è invece simile a quello del dipinto (ill. n° 94) che fa parte di una serie di quattro frammenti di un "fregio a chiaroscuro certamente di mano di Nicolò, raffigurante episodi di storia romana non ancora individuati". [263] Oltre a questi, presso lo stesso museo, è documentata la presenza di una altra serie di cinque "frammenti di un fregio a colori", affreschi di varie dimensioni, riportati su tela e in stato di cattiva conservazione o addirittura "rovinatissimi".

Infine, anche l'altra lunetta, che raffigura tre volti che sbucano da un cielo pieno di nubi (ill. n° 90), risulta probabilmente composta da frammenti di altre composizioni. I tre ritratti infatti presentano strette consonanze con quelli dipinti nell'ottagono del soffitto e sembrano ricavati da riquadri esagonali. Lo stesso Pallucchini descrive queste lunette (e solo queste due) come "rifacimenti". [264]

Nella presente ricostruzione del Camerino è ipotizzata la presenza di altri elementi decorativi posizionati, oltre che nel soffitto, sopra alle finestre. È possibile che, a causa della loro originale collocazione sulla parete est del Camerino, dove il camino e le finestre erano probabilmente soggetti ad infiltrazioni di umidità, questi elementi si presentassero al momento del distacco particolarmente danneggiati. Trasportati a Modena assieme ad altri frammenti possono essere stati poi utilizzati per dar vita a nuove composizioni o addirittura accantonati a causa del loro cattivo stato di conservazione. Anche la mutilazione subita dall'ottavo canto, lungo i lati destro e sinistro, i più esposti alle infiltrazioni provenienti dalle due finestre, sembra confermare il degrado di questa parete del Camerino.

Le varie relazioni redatte dagli intendenti ducali responsabili della rocca scandianese all'epoca del distacco degli affreschi documentano sia le precarie condizioni dell'edificio che i molti lavori eseguiti per riparare tetti e finestre, quasi del tutto danneggiate se non addirittura mancanti, tanto che "le piogge o nevi spesso dall'impeto dei venti spinte per quelle aperture consumavano i pavimenti e rendevano inabitabili simili siti meritevoli degli opportuni ripari".[265]

 

La "Sala del Paradiso"

A questo punto rimane da rintracciare e "ricostruire" la sala del Paradiso, dove erano disposte le vele con i musicanti ed il grande affresco raffigurante Il Convito di Amore e Psiche.

I documenti d'archivio che possono rivelarsi maggiormente utili nella ricostruzione della pianta dei palazzi sono gli inventari, atti che venivano redatti soprattutto per documentare e valutare i possedimenti dei feudatari in occasione di successioni ereditarie, e che permettono quasi sempre di riconoscere, seguendo il percorso compiuto dai compilatori, gli ambienti descritti.

Un atto relativo alla rocca di Scandiano già noto agli studiosi[266] è l'"Inventario di tutti i beni dell'eredità del marchese Giulio Thiene ordinato dal figlio marchese Ottavio", conservato presso l'Archivio di Stato di Reggio Emilia.[267] Questo documento ha permesso di verificare, oltre alla descrizione dei mobili, dei paramenti e delle suppellettili esistenti nella rocca alla morte del marchese Giulio Thiene, anche l'itinerario percorso per catalogare i beni contenuti nei vari ambienti. La camera indicata come "Paradiso" viene descritta dopo la "Sala Grande" e la "camera detta della chiesa". Dopo il Paradiso seguono poi la "camera presso il Paradiso", poi una "2ª camera detta il Pavaione" ed una "3ª camera".

Altri documenti, reperiti presso l'Archivio di Stato di Modena nei fondi "Amministrazione della Casa" e "Amministrazione dei Principi", vengono a confortarci nella ricerca. Si tratta di altri cinque inventari (due sono i brogliacci da cui si è stata poi ricavata la stesura definitiva), risalenti agli anni tra il 1666 e il 1673, quando Scandiano è assegnata in feudo a Luigi d'Este Juniore. Nella "Cassa Segreta" sono inoltre conservati altri due inventari, redatti nel 1750[268] e 1752.[269]

Una ricerca presso l'Archivio di Stato di Ferrara, e più precisamente nei fondi dell'Archivio Bentivoglio, ha poi permesso di reperire altri cinque inventari, molto più precisi di quelli precedenti, risalenti in questo caso al periodo tra il 1634 e il 1640.[270]

Un ultimo documento che fornisce ragguagli sulla disposizione degli ambienti all' interno della rocca è il manoscritto Supplemento alla Cronaca di Scandiano redatto intorno al 1740 da Francesco Morsiani in aggiunta a quella compilata da Geminiano Pramplini nel secolo sedicesimo. Lo storico, trascrivendo una "memoria" dello scandianese Livio Pegolotti, racconta l'arrivo a Scandiano nel novembre del 1620 del Marchese Ottavio II. Nel descrivere l'accoglienza tributata al nuovo feudatario dalle autorità e dalla popolazione scandianesi vengono elencati i doni portati in corteo da un gruppo di persone che, dopo aver attraversato il cortile della rocca e le scale arriva "in sala, (...) e poi nella camera di esso Sig. Marchese che è in capo alla Sala all'incontro di quella del Paradiso e voltarono poi per quelle altre camere che guardano in Rocca Vecchia e tornarono nell'istessa Sala per l'uscio vicino a quello di detta Sala e furono poi portate in dispensa et alla beccaria".[271]

Dall'esame e dal confronto di questi documenti d'archivio è stata così estratta una cospicua serie di indicazioni sulla disposizione degli ambienti oggetto di studio:

Il Paradiso si trova in capo alla Sala, di fronte all'ingresso della camera del Marchese, dalla quale si passa in altre stanze che guardano in Rocca Vecchia. Da queste ultime stanze si può tornare alla Sala. (indicazioni tratte dall'inventario più antico, 1620)

Dopo l'anticamera dove è la cappellina si passa nelle camere della Scaiola, poi in quella detta Trota o Trotta

Dalla camera Trotta detta anche camera del cantone, si entra in una camera nuova verso la chiesa dalla quale si accede sia al Paradiso che ad un'altra camera nuova e da quest'ultima ad una Saletta (o Sala).

Dalla Galleria si entra in una Saletta, poi in una camera che fu fatta di nuovo dal Marchese, poi in una camera che guarda al derimpetto della chiesa e di qui al Paradiso.

Il Paradiso si trova immediatamente ad est della camera che guarda verso la chiesa.

Il Paradiso negli inventari redatti tra il 1634 ed il 1643 è descritto come un appartamento formato da quattro camere.

Dopo le quattro camere denominate Il Paradiso, procedendo verso est, si arriva alle camere dei Bojardi che contengono il Camerino dipinto.

Dal Paradiso si accede ad altre tre stanze procedendo verso mattina, e da queste ad una scaletta, posta certamente in una posizione d'angolo perchè da qui si può entrare in una camera successiva che "è in fronte alla scaletta andando verso il monte" (quindi verso sud).

Vicino al Camerino dipinto si trova un altro camerino.

Da una camera vicina al Camerino delle pitture si passa nella Galleria, e da qui alla Sala e ai Cameroni contigui.

Nella stanza chiamata Camerino, a parte una tavola di noce con scranini o un uomo di terracotta, non si trova mai alcun altro oggetto o elemento di mobilio.

Questa serie di "indizi" ed il confronto incrociato operato su tutti gli inventari hanno permesso, grazie alla documentazione planimetrica fornita dalle varie piante della rocca in precedenza descritte (quella di Aleotti, dei primi anni del '600, l'altra relativa al cantiere del 1623, e il rilievo Marchelli del 1831), di ricostruire la successione degli ambienti, attribuendo a questi anche le diverse denominazioni che assumono in rapporto alla ubicazione o a particolari arredi.

Viene in tal modo dimostrata la collocazione del Camerino nell'ala est, all'interno di un appartamento composto da tre stanze principali, mentre la camera denominata "Il Paradiso" risulta essere, secondo quanto indicato da tutti gli inventari, quella situata sopra l’ingresso nord della rocca (ill. n° 97). Il Paradiso comunica verso ovest con la "camera che guarda verso la chiesa" e verso est con tre ambienti minori (oggi due in seguito a demolizioni), chiamati "camerini del Paradiso", che conducono, oltrepassata una scala, all'appartamento dei Boiardo.

Contrariamente a quanto ipotizzato da precedenti studi che attribuivano al Paradiso grandi dimensioni, questo ambiente risulta essere in realtà una camera di metri 8 x 4,80, non dissimile dunque da molte altre sale della rocca. [272] Queste risultanze ci permettono inoltre di affermare che le vele con le figure di musicanti, incorniciate come il Convito da "una ghirlanda intrecciata di capricciosi rametti di gelsomini e fiori bianchi, rossi e gialli", [273] dovevano trovarsi immediatamente contigue all'affresco del soffitto; ed infine di ipotizzare che le dimensioni di quest'ultimo dipinto, del quale oggi rimane solo la metà sinistra, fossero circa metri 3,50 x 6,70.

Nella Cassa Segreta si è reperito altro materiale relativo a lavori eseguiti presso la rocca di Scandiano negli ultimi decenni del '700, in particolare certi documenti forniscono importanti notizie riguardanti i motivi che possono aver provocato la rovina della sala del Paradiso ed il distacco degli affreschi di Nicolò Dell'Abate da questa sala e dal Camerino.

In un fascicolo del 21 agosto 1772 si trova un rapporto di Vincenzo Fabrizi riguardante i lavori (e relative note spese) eseguiti da varie maestranze nella rocca e nell' Osteria di Scandiano, e nella rocca di Casalgrande dall'Ottobre 1771 al Maggio 1772. [274] In una nota allegata a questo fascicolo, Giuseppe Grappi accenna ad una serie di lavori già eseguiti: "rifacimento di una terza parte del tetto della Rocca, nell'accomodare la Cantonata a ponente in faccia alla Chiesa Maggiore, che si era staccata affatto dal rimanente del fabbricato, levati due volti nella camera annessa a detta cantonata, demolito fino al secondo piano un picciol torrione esistente a levante, ed annesso al Fabbricato della Rocca". Esaminando l'aspetto della parte nord della rocca, si possono ancor oggi notare tracce di ricostruzioni e demolizioni; in particolare nell'angolo nord-ovest, a fianco della sala del Paradiso, sono visibili differenze nei materiali che costituiscono la facciata (ill. n° 23). Nell'angolo opposto (nord-est) sono inoltre evidentissimi i segni di una serie di demolizioni che arrivano fino ai tetto dell'ala est, vicino al punto in cui era ubicato il Camerino (ill. n° 24).

In una relazione successiva datata 13 giugno 1774 l'Ingegner Ludovico Bolognini specifica le ragioni per le quali si devono eseguire ulteriori lavori: "(...) dirò dunque che il piccolo torrione posto sopra l'entrata della Rocca di Scandiano, che minaccia di cadere, si rilevò che succedendo rovinerebbe tutti questi tetti a lui sottoposti, e seco trarrebbe qualche disordine di maggiore sostanza col scatenamento de muri allo stesso inferiormente adjacenti; perciò sono di parere, come si osservò in fatto pratico, che il levarlo e distruggerlo affatto farà il miglior partito, la minor spesa nell'eseguirlo, ed di manutenzione ancora per l'avvenire: oltre di che certamente una simile demolizione non guasta nè interrompe comodo e simmetria al fabbricato a cui è annesso. Si riconobbe pure necessario di far voltare tutti li coppi di quella parte di Rocca verso ponente per mantenere il tetto e fabbricato sottopostovi essendo questi una parte delle migliori di quella mole, come altresì è necessario per la sanità de muri, che sia eseguito il selciato altra volta da me proposto al lungo del muro esternamente dalla parte medesima di ponente, ove sono li sotterranei a piedi del quale mojano le acque con sommo pregiudizio del fabbricato".[275]

Il piccolo torrione si trovava, secondo queste testimonianze, sopra l'entrata della rocca, e quindi sopra la sala del Paradiso. Probabilmente si tratta della torretta che compare con evidenza, assieme alla "torre vecchia" nella lunetta di Nicolò Dell'Abate definita Corteo principesco (ill. n° 88 e 89).

Altri documenti trattano poi delle precarie condizioni di stabilità di varie strutture della rocca, confermando le preoccupazioni degli intendenti ducali per la conservazione dei preziosi affreschi di Nicolò Dell'Abate nel loro sito originale.

In una lettera Tommaso Dini invita l'intendente Poggi a "visitare con la dovuta precisione tutto il coperto di questa Rocca Ducale, quale in verità ritrovasi in cui tanto pericolo di precipitare, massima sopra la scala, anticamera e sopra la camara vicino a quella dove dorme il Sig. Marchese Governatore, per il che ne ho fatta fare l'annessa perizia [...]. Anche la notte scorsa una grossa palla di piombo posta sopra la Coperta della Campana dell'Orologio circa la mezzanotte improvvisamente è caduta sul tetto della Rocca medesima, in modo che il male si dubitava fosse per essere maggiore, per il che poco si è riposato e molto meno chi vi abita, così che dimattina per consiglio del suddetto Signor Ingegnere Costa e per quiete del Signor Marchese Governatore medesimo sono costretto di porvi qualche [...] per assicurare provvisionalmente alcuni travi che minacciano imminente rovina".[276]

Anche gli inventari di questo periodo, già serviti per localizzare le diverse stanze all'interno del piano nobile della rocca, illustrano le pessime condizioni dell'edificio. Nel 1752, pochi anni prima della demolizione del camerino, quasi tutti gli oggetti, i paramenti, i mobili, descritti dai compilatori vengono definiti "usi e vecchi", "vecchi e laceri", "dismessi" "logori e rotti", "usi, rotti e tarmati"[277].

Dall'esame di questi documenti risalenti all'epoca del distacco degli affreschi si può chiaramente immaginare lo stato di degrado e di abbandono in cui versava in quegli anni la rocca, giungendo così a comprendere le ragioni che portano all'operazione di "strappo" dei dipinti di Nicolò Dell'Abate.

Diversamente dal Camerino, per il quale è stata reperita una cospicua serie di documenti, mancano notizie certe riguardanti i lavori di distacco degli affreschi dalla camera del Paradiso.

È stato ipotizzato[278] che Antonio Boccolari, docente presso l'Accademia modenese ed attivo come restauratore nei primi anni del diciannovesimo secolo possa aver effettuato il distacco di questi ultimi dipinti. Un esame sui documenti dell'Archivio Boccolari[279] ha permesso però di identificare con certezza nella parete nord del cortile e all'interno dell'ala est, sopra le finestre che guardano nello stesso cortile, gli unici luoghi dove nel 1804 vengono staccati da questo "restauratore", grazie ad una particolare tecnica da lui ideata, alcuni frammenti di affreschi, i meglio conservati.

Boccolari scrive infatti da Scandiano nel Maggio del 1804, esultando perchè "finalmente, dopo molte inutili ricerche per ritrovare un qualche dipinto in muro per tentare di levarlo, e così maggiormente assicurarmi delle sperienze da me fatte, mi sono portato a Scandiano, e visitatane attentamente il Palazzo, tra qualche ruina di pitture ho ritrovato un qualche pezzolo sul quale mi sembra che il tentar di levarlo non fosse per riuscire vano". Boccolari prosegue dicendo che "tutte le migliori pitture di Nicolò dell' Abate che vi ritrovansi furon depositate a Modena e a Sassuolo, di modo che ora non vi sono che pezzi sconnessi, rovinati, che non potranno giammai servire a cosa alcuna" e chiede alle autorità competenti di poter effettuare il distacco di alcuni di questi frammenti rimasti. Nel giugno dello stesso anno il Prefetto del Dipartimento del Crostolo approva la proposta così che il 3 luglio Boccolari si può recare all'interno della rocca, per un esame più approfondito di questi affreschi rimasti, assieme ad alcune altre persone incaricate dal Municipio di Scandiano, tra le quali figura un notaio che compila una dichiarazione ufficiale.

Secondo quest'ultimo documento "nel piano superiore di essa rocca, nel fabbricato posto a levante e che guarda con due finestre a ponente, nella corte predetta,[...] ad indicazione del cittadino Boccolari si osservarono nel fregio superiore della camera in giorno senza soffitto e ridotta ad uso di granaio, alcune testine dipinte da Niccolò Abbate e diversi altri ornati opera dei di lui scolari, di colore quasi perduto affatto e per la massima parte resi imperfetti dalle intemperie e dalla stagione e dai patimenti notabili causati dall'incuria dei muratori fabbricantivi sopra e che hanno lasciata cadere a grande la calcina sui dipinti stessi".[280] Successivamente le stesse persone passano ad osservare gli affreschi rimasti nella parete nord del cortile, che rappresentano "un guerriero sedente in trono con diversi consiglieri a lato, un militare pure sedente ai piedi del primo, un incendio di fabbricato ed una donna colpita da spavento in atto di fuggire con un fanciullo che tiene per mano" e "una statua colossale in nicchia, sottostante al precedente dipinto a color chiaro scuro verde rappresentante una donna che tiene nella mano sinistra una testa per i capelli sopra un vaso e nella mano diritta una sciabola in alto. Ha il capo volto all'indietro in aspetto piuttosto truce". Il giorno 11 dello stesso mese il lavoro di distacco è compiuto e questo risulta essere stato eseguito "senza che il menomo decolorimento di alterazione dei colori e della pittura".

Non si ha notizia del luogo dove questi vengono trasferiti, ma si può presumere come destinazione la stessa Accademia di Belle Arti di Modena, presso la quale Boccolari aveva allestito un personale laboratorio di restauro.

Si può così supporre che il distacco dell'affresco della camera del Paradiso sia avvenuto tra il 1787, anno in cui termina la compilazione dell'archivio di Cassa Segreta e il 1804, quando, grazie alla testimonianza di Boccolari, possiamo affermare che nella rocca non rimangono più che larvate tracce dell'originario fastoso apparato decorativo.


Scandiano tra il '500 e oggi, le vicende storiche - La Rocca di Scandiano alla fine del '500 - I progetti della Rocca Nuova

La Rocca di Scandiano nel contesto dell'opera di Giovan Battista Aleotti - La Rocca Nuova di Giovan Battista Aleotti

I progetti per Palazzo Bentivoglio a Ferrara

La localizzazione del Camerino Dipinto e del Paradiso

Bibliografia - Regesto dei documenti


 

Note



[224] Secondo recenti studi critici (G. Godi, Nicolò dell'Abate e la presunta attività del Parmigianino a Soragna, Parma, 1976, p.15) quest'ultimo dipinto, a differenza degli affreschi delle vele, non è da attribuirsi a Nicolò  ma ad un suo seguace a tutt'oggi anonimo.

[225] C.Cieri Via, Il luogo della mente e della memoria, prefazione in W. Liebenwein, Studiolo, storia e tipologia di uno spazio culturale, Modena, 1988, p. XI.

[226] G. Prampolini, Gli affreschi ..., cit., p. 102

[227] C. Cieri Via, op.cit., p. XVIII

[228] O. Rombaldi,  I Boiardo conti di Scandiano, 1423-1560, in La Rocca di Scandiano..., cit., p. 50

[229] Sebastiani Corradi commentarius, in quo P. Virgilii Maronis liber primus Aeneidos explicatur, Firenze, 1555

[230] O. Rombaldi, op. cit., p. 53

[231] S. Beguin, Mostra di Nicolò Dell'Abate, Bologna, 1969, p. 55.

[232] O. Baracchi, Ricerche di storia artistica reggiana, Reggio Emilia, 1993, p. 13-16.

[233]   S. Beguin, Mostra di Nicolò Dell'Abate, Bologna, 1969, p. 53.

[234] M. Pirondini, La pittura del Cinquecento a Reggio Emilia, Milano, 1985, p. 139.

[235]   ibidem, p.328.

[236] L'Eneide di Virgilio dipinta in Scandiano dal celebre pittore Niccolò Abati, Modena, per Vincenzi e Compagno, M.DCCC.XXI.

[237] B.M.P.RE., Ms. regg. A 56, G. Venturi, Manoscritti relativi all'Eneide dipinta da Nicolò dell'Abate.

[238] Scrive Venturi: "Bramo sapere quali libri dell'Eneide sono larghi 113 centimetri e quali 85? Il Gabinetto di Scandiano quanto è largo, quanto è lungo e quanto è alto dal suo selciato fino alla imposta del volto, dove suppongo che arrivassero tutti i quadri dell'Eneide? Fra un quadro e l'altro dell'Eneide eravi in Scandiano nessun fregio o cornice dipinta? O si toccavano? L'ottagono grande rappresentante la famiglia Boiardi so che formava il mezzo del soffitto. Quanto è lungo e largo? Gli altri quadretti minori con le donne come erano distribuiti? Nel volto del soffitto o nel muro? E cosa sono quei gruppi di guerrieri a Cavallo che suppongo fossero tra gli archetti dove sono dipinte le donne? Quanti sono i gruppi suddetti, e quante le donne? Come questa roba è alta e come è larga?". La lettera termina chiedendo che Braglia "faccia i complimenti al degno Signor Cav. Boccolari e lo preghi ad aiutarlo per le risposte precedenti".

[239] Venturi cita infatti la testimonianza di uno scandianese che asserisce di avere visitato l'ambiente prima della demolizione. Su questa descrizione lo stesso Venturi avanza però delle perplessità in quanto il testimone sarebbe persona "priva di cultura nelle scienze e sembra non ricordi troppo bene i fatti".

[240] R. Gandini, I luoghi del Gabinetto dell'Eneide e del Convito nunziale di Amore e Psiche nella Rocca di Scandiano, in La rocca di Scandiano e gli affreschi di Nicolò Dell'Abate, Reggio E. 1981

[241] Ibidem, p. 87.

[242] W. Liebenwein, Studiolo, storia e tipologia di uno spazio culturale, Modena, 1988, p. 85

[243] Ibidem p. 86

[244] E. Langmuir, Arma Virumque... Nicolò Dell'Abate Aeneid Gabinetto for Scandiano, in "Journal of the Courtald and Warburg Institute", 1976, Vol. 39, p. 151-170.

[245]   Ibidem., p. 153

[246] E. Langmuir, op.cit.

[247] R. Parma Baudille, I Cicli dell'Eneide, Scandiano, Rocca, Gabinetto di Giulio Boiardo, in Virgilio nell'arte e nella cultura europea, Roma, 1981, p. 125

[248] M. Fagiolo, Scandiano - Gabinetto di Giulio Boiardo. Ricostruzione schematica del ciclo iconografico, in Virgilio nell'arte e nella cultura europea, Roma, 1981, p. 124

[249] F. Valenti, Panorama dell'Archivio di Stato di Modena, Modena, 1963.

[250] A.S.Mo. Camera Ducale, Cassa Segreta n° 34796, 18 giugno 1772.

[251] Per approfondire la figura di Pietro Termanini: cfr. Gli architetti del pubblico, cit., p. 303.

[252] A.S.Mo. Camera Ducale, Cassa Segreta n° 34796, 24 giugno 1772.

[253] A questo documento è allegata una Memoria in cui si descrivono la biografia e le opere di Nicolò dell'Abate e si citano vari autori che hanno scritto di lui, ed in particolare degli affreschi di Scandiano.

[254] A.S.Mo. Camera Ducale, Cassa Segreta n° 34690, 3 luglio 1772.

[255] A.S.Mo. Camera Ducale, Cassa Segreta n° 34846, 6 luglio 1772

[256] È possibile però verificarne il prezzo, confrontandolo con quello delle altre casse, in modo da avere una indicazione sulle misure di queste in rapporto alle altre. Le "tre casse sentinate" costano £30, quindi £10 cadauna, risultando più grandi, o più elaborate, di quelle che contenevano i canti dell'Eneide, costate ognuna £8. Mentre le "quattro altre casse" vengono fatturate complessivamente £16, quindi £4 ognuna, rivelandosi di dimensioni minori rispetto a quelle delle lunette e dei chiaroscuri costate £5 (la dicitura originale è "4 altre casse per quadri"; la frase appare poi modificata dallo stesso compilatore, il falegname Felice Pini, in "4 altre casse per il detto Camerino"). La cassa grande doppia costa invece £16 confermando così l'effettiva grande capienza. Non viene citata una cassa realizzata in modo specifico per il piccolo ottagono del soffitto (cm 70 di diametro), e non è possibile immaginarlo all'interno della cassa doppia, la più grande di tutte; così si può ipotizzare che questo venisse posto in quella definita "cassetta". Vengono citate "otto sagome per li quadri del suffitto" costate in totale solo £5, probabilmente intelaiature o elementi preparatori per il distacco di questi dipinti. Rimane da considerare il possibile contenuto delle "tre casse sentinate", che si sono rivelate abbastanza grandi e costose. Queste essendo centinate potevano contenere elementi decorativi dalla forma curvilinea, come ad esempio le vele del soffitto, finora non citate.

[257] A.S.Mo. Camera Ducale, Cassa Segreta n° 34796, 18 giugno 1772.

[258] A.S.Mo. Camera Ducale, Cassa Segreta n° 34820, 9 ottobre 1772.

[259] O. Baracchi, Ricostruzione del Camerino dell'Eneide, in Ricerchhe di storia artistica reggiana, Reggio E. 1993.

[260] R. Gandini, op. cit., p. 91

[261] A.S.RE., Archivio notarile G.B. Galletti, b. 483.

[262] B.A.Fe., H5, Raccolta Aleotti, n° 160.

[263] Ibidem, p.56

[264] Ibidem, p.53-54

[265] A.S.Mo. Camera Ducale, Cassa Segreta, n° 38854, 1 giugno 1780.

[266] R. Gandini, Lo stato di Scandiano ..., in La Rocca di Scandiano..., cit., p.78.

     G. Prampolini, Gli affreschi di Nicolò Dell'Abate, in La Rocca di Scandiano..., cit., p. 108

[267] A.S.RE., Arch. Notarile Ippolito Bertolotti, b. 3529, 1620.

[268] A.S.Mo. Camera Ducale, Cassa Segreta, n° 27302, 1750.

[269] A.S.Mo. Camera Ducale, Cassa Segreta, n° 27303,  agosto 1752.

[270] A.S.Fe. Archivio Bentivoglio, Patrimoniale, Lib. 130-1.

[271] B.M.P.RE., Archivio Turri, C 38, F. Morsiani, Supplemento alla Cronaca di Scandiano di messer Geminiano Prampolini, 1740 circa.

[272] La presente ricostruzione, ha una ulteriore conferma dai numerosi manoscritti, appunti e disegni relativi gli affreschi di Scandiano, redatti nei primi anni del diciannovesimo secolo da Giambattista Venturi (B.M.P.RE., Ms. regg. A 53, G. Venturi, Scandiano). Tra questi è di particolare interesse un fascicolo contenente due schizzi a matita (ill. n° 82 e 83). Nel primo, ormai quasi illeggibile, è raffigurata schematicamente la pianta della parte della rocca tra l'ingresso e l'angolo nord-est, e nella prima camera si può osservare la scritta "Psiche"; nel secondo disegno è rappresentata in modo più nitido la pianta di una stanza contornata da numerose voltine e nella quale si trova un camino. Indicano le dimensioni dell'ambiente due numeri, 15 e 19, seguiti da un segno illeggibile. Moltiplicando queste misure per il "braccio reggiano" cioè metri 0,538 si ottengono infatti 4,84 x 8,07 metri, ovvero le misure esatte della camera in questione. Nel disegno sono inoltre indicate venti vele delle volte, all'interno delle quali sono schizzate in modo approssimativo le figure dei musicanti.

[273]   A. Mezzetti, Per Nicolò dell'Abate, Affreschi restaurati, Modena, 1970, p. 34.

[274] A.S.Mo. Camera Ducale, Cassa Segreta n° 34757, 21 agosto 1772.

[275] A.S.Mo. Camera Ducale, Cassa Segreta n° 35650, 13 giugno 1774.

[276] A.S.Mo. Camera Ducale, Cassa Segreta n° 35651, 14 giugno 1774.

[277] A.S.Mo. Camera Ducale, Cassa Segreta, n° 27303, 8 agosto 1752.

[278] G. Prampolini, op.cit., p. 126.

     O. Baracchi Giovanardi, Il modenese Antonio Boccolari e l'arte di strappare gli affreschi dal muro, in "Atti e Memorie, Deputazione di Storia Patria", serie XI, vol. VI, Modena, 1984.

[279] A.S.Mo. Archivio Boccolari, filza 10, mazzo 59, 1804-1810.

[280] I frammenti definiti "alcune testine" notati da Boccolari nell'ala est della rocca e descritti come "di colore quasi perduto affatto" non possono essere identificati con le sedici grandi figure di musicanti delle vele del Paradiso (cm 96x72 circa). Si tratta quindi di piccoli elementi che facevano parte della decorazione delle altre camere dei Boiardo, all'epoca sventrate e ridotte a granaio, come documenta il rilievo eseguito da Pietro Marchelli nel 1831 (A.S.RE. Archivio Marchelli, n° 1785).