La Rocca di Scandiano alla fine del ’500

L'aspetto della rocca nella quale si insedia Ottavio Thiene all'atto del suo ingresso a Scandiano nel 1567, è quello voluto dall'ultimo dei precedenti feudatari, Giulio Boiardo, che ha a più riprese fatto eseguire lavori e ristrutturazioni per trasformare un castello feudale e una residenza di villeggiatura in un "palazzo" degno di una corte colta e raffinata.

Le uniche rappresentazioni che possono essere utili per visualizzare l'aspetto dell' edificio in quest'epoca sono la mappa chiamata Disegno del Marchesato di Scandiano,[75] il primo progetto per l'ampliamento della rocca di Scandiano conservato presso la Biblioteca Ariostea di Ferrara, all'interno della "Raccolta Aleotti",[76] ed una pianta parziale eseguita nel 1623 per documentare lo stato dei lavori alla morte dell'ultimo marchese Thiene.[77]

Il Disegno del marchesato, databile alla prima metà del '600, per la presenza della chiesa dei Cappuccini fondata nel 1622 e terminata nel 1634, dà di Scandiano una una descrizione approssimativa ma molto utile perchè si tratta dell'unica rappresentazione della rocca come apparirva prima della demolizione delle torri d'angolo.

La pianta conservata a Ferrara nella "Raccolta Aleotti", della quale si dà una descrizione più approfondita nel capitolo riguardante i progetti seicenteschi, illustra molto probabilmente il primo progetto commissionato da Giulio Thiene per l'ampliamento della rocca, e unisce nella stessa rappresentazione gli elementi dello stato di fatto (disegnati in nero) ad altri di progetto (colorati in rosso). La pianta non è datata, ma, come vedremo in seguito, la si può far risalire alla fine del '500.

Per ricostruire l'aspetto dell'edificio a cavallo dei secoli sedicesimo e diciassettesimo, ci siamo quindi serviti delle informazioni ricavate da questi documenti, integrandole con altre ottenute da una serie di inventari datati tra il 1634 e il 1752 e conservati in vari fondi presso due diversi archivi: la "Cassa Segreta", l'"Amministrazione dei Principi" e il "Guardaroba" presso l'Archivio di Stato di Modena, e l' "Archivio Bentivoglio" presso l'Archivio di Stato di Ferrara. Nel capitolo riguardante la localizzazione del Camerino e del Paradiso ci occuperemo più diffusamente degli inventari e delle informazioni che forniscono sulla dislocazione delle stanze all'interno dell'edificio.

La rocca alla fine del '500 risulta essere circondata parzialmente da un largo fossato che il progetto fa proseguire attorno a tutta la nuova edificazione. Al centro del lato nord, raggiungibile attraverso un ponte, è l'ingresso, solo in parte simile a quello che ancora oggi si vede. Il portale è infatti fuori centro rispetto alla torre pusterla merlata di cui fa parte. Al di sopra di questa si trova poi una piccola torretta, che verrà demolita nel 1774 perchè pericolante.[78] All'angolo nord-est svetta un altro piccolo torrione (demolito nel 1772),[79] rappresentato con evidenza nella mappa del marchesato. All'interno di un piccolo corpo di fabbrica che sporge verso est, si trova una scala,[80] che porta ai piani superiori contenenti le "camere dei Boiardo" e l'appartamento del Paradiso. Nel Disegno del Marchesato si può inoltre notare in bella evidenza il cosiddetto "stradone delle pioppe" che, costeggiando il Tresinaro, si estende verso il monte.

Si è pensato inizialmente che la particolare forma dell'angolo sud-ovest della rocca fosse dovuta alla necessità, verificatasi durante l'ampliamento seicentesco, di collegare la nuova edificazione ad un torrione preesistente, e Roberto Gandini[81] cita un documento del 1544 che parla di "una vettura de la cavalla del biso per andar a tuor M.ro Alberto Pacchio per dissegnar il torriono".[82] Ma probabilmente il "torrione" disegnato da Alberto Pacchioni non è ravvisabile in quello attuale. Questo perchè (anche senza considerare che l'aspetto del torrione di sud-ovest è quello pienamente seicentesco della facciata sud e difficilmente avrebbe potuto essere stato progettato nel 1544) la pianta di Aleotti, che precede l'ampliamento poi effettivamente realizzato dai Thiene, non presenta alcun accenno ad una torre in quella particolare posizione. Inoltre un inventario redatto nel 1620 permette di identificare le "camere nove", cioé quelle appena realizzate, con quelle situate nella parte sud-ovest della rocca, adiacenti alla "torre nova", che doveva quindi essere stata costruita da poco.

Il cortile

Giambatista Venturi illustra, in un manoscritto dei primi anni dell''800, il cortile della rocca con vari schizzi a matita e a penna commentati da brevi appunti.[83] Si può fare riferimento a queste descrizioni per immaginare quale poteva essere l'aspetto di parte del cortile, soprattutto dei lati nord e est, rimasti in gran parte invariati dall'epoca dei Boiardo. Venturi afferma che in queste pareti affrescate sono rappresentati "in due grandi compartimenti, alcuni dei fatti magici del poema del Boiardo con interposte figure colossali, diversi scudi con le arme delle famiglie alleate di sangue coi Boiardi e altri piccoli quadretti".

Due disegni in particolare, uno a penna ed uno a matita, rappresentano il lato nord, che risulta essere diviso in tre settori separati da colonne binate a piano terra e singole al primo piano. Sotto le finestre corre un fregio con una serie di stemmi, quelli che si afferma essere relativi alle famiglie imparentate con i Boiardo. Le finestre sono sovrastate da trabeazione e timpano triangolare, e a fianco di ognuna si trovano due personaggi contenuti entro nicchie dipinte. Nei due grandi compartimenti a piano terra delimitati dalle colonne, si intravedono altre scene. Anche queste, come le figure nelle nicchie, sono quasi impossibili da decifrare, a causa dell'ormai totale scolorimento del disegno a matita. Possiamo ricostruire i loro soggetti grazie alla testimonianza di Antonio Boccolari, singolare figura di "restauratore" che opera presso l'Accademia di Belle Arti di Modena, e che, avendo ideato una particolare tecnica di distacco degli affreschi, si reca nel 1804 a Scandiano per eseguire lo "strappo" di quelli ancora superstiti nel cortile. Vengono così descritti, dal notaio che lo accompagna nella ricognizione, gli affreschi del lato nord che rappresentano "un guerriero sedente in trono con diversi consiglieri a lato, un militare pure sedente ai piedi del primo, un incendio di fabbricato ed una donna colpita da spavento in atto di fuggire con un fanciullo che tiene per mano" e "una statua colossale in nicchia, sottostante al precedente dipinto a color chiaro scuro verde rappresentante una donna che tiene nella mano sinistra una testa per i capelli sopra un vaso e nella mano diritta una sciabola in alto. Ha il capo volto all'indietro in aspetto piuttosto truce"[84]. Questa descrizione risale al maggio del 1804, e già nel luglio dello stesso anno i dipinti descritti vengono staccati; è così possibile datare gli appunti di Venturi ai primissimi anni del diciannovesimo secolo.

Sotto il secondo disegno di Venturi, quello a matita ormai quasi illeggibile, un breve commento descrive l'aspetto delle altre parti del cortile: "A mattina continua il medesimo disegno, le tre finestre sono aperte, e così anche al mezzodì. A mattina le pitture sono rovinate, a mezzodì non vi sono che nella metà orientale, la metà occidentale è fabbricata gregia. A ponente nell'alto non vi è mai stato dipinto, nel basso sì ma è rovinato, qui pure sono tre finestre, sempre doppie".

Venturi descrive finestre simili a quelle da lui rappresentate nello schizzo, anche sugli altri tre lati del cortile. Nel rilievo eseguito da Pietro Marchelli[85] nel 1831, vengono rappresentate chiaramente nelle camere che si affacciano sul lato ovest del cortile, mentre sul lato est, dove le ha descritte Venturi, sono già state demolite e sostituite con finestre più piccole. Rileva inoltre lo studioso che gli affreschi si trovano anche nella facciata sud, cioè quella dove si trova la Galleria, ma che questi "non vi sono che nella metà orientale". Infatti nelle piante del primo '600 la facciata sud del cortile appare divisa in due parti. Nella prima, ad est, si trova la primitiva Galleria, molto più corta della attuale, chiamata "saletta vecchia", mentre nella metà occidentale è il poggiolo che circonda la "torre vecchia". Quest'ultima verrà demolita solo nell'epoca dei Bentivoglio (1634-1643), in modo da ottenere il notevole allungamento della Galleria, ed è questa espansione dunque che al Venturi appare "fabbricata gregia".

La originale sistemazione architettonica del cortile si può attribuire con buona probabilità a Bartolomeo Spani, detto "Clementi", attivo a Scandiano nel 1535. La presenza di questo artefice a Scandiano è attestata da una lettera[86] indirizzata al conte Giulio Boiardo in cui viene chiesto il pagamento della somma pattuita per i lavori eseguiti a Scandiano. Spani dice di aver accolto l'invito a "venire a lavorare qui a Scandiano" e di essere venuto "cò molti altri maestri", ma non specifica quali lavori egli abbia accettato di condurre a termine.

Possiamo ipotizzare un suo intervento nella realizzazione dell'originario portico sud del cortile (nel quale di recente è stata messa in luce, in seguito a lavori di restauro curati dalla Soprintendenza ai Beni Ambientali ed Architettonici dell'Emilia, una colonna in arenaria che era stata murata, e nella realizzazione delle già descritte finestre architravate. Queste infatti sembrano progettate sulla base di precise regole architettoniche rinascimentali: "la doppia finestra ha le dimensioni di un quadrato, i due vuoti delle aperture hanno le dimensioni di un rettangolo costituito da due quadrati sovrapposti; l'altezza del capitello e la larghezza delle paraste sono invece determinate dalla dimensione del cerchio avente per diametro la diagonale del quadrato minore della finestra"[87]

L'estrema geometrizzazione sembra confermare l'attribuzione a Spani, per il quale, ormai nella piena maturità stilistica, le regole da applicare nella progettazione sono fondate su precisi e filosofici rapporti matematici di radice neoplatonica, quali la sezione aurea, che "era diventata quasi una sua costante"[88]. In particolare gli stilemi decorativi dei capitelli ionici rinviano al portale del primo piano di Casa Ruini ed al Sepolcro Malaguzzi nella Cattedrale di Reggio (1515); così le ripartizioni geometriche delle paraste di gusto quattrocentesco sembrano replicare quelle del Chiostro Piccolo di S. Pietro a Reggio e quelle conservate al Museo Civico di Reggio, tutte opere attribuite a Bartolomeo Spani. A questo artista, noto più come scultore che come architetto, che a Reggio Emilia ha realizzato opere importanti come la Madonna Dorata nella Cattedrale, viene dedicata una mostra nel 1968. In questa occasione, tramite i contributi di studi storici, archivistici ed architettonici, gli è riconosciuta "quella pienezza poliedrica tipica dei maestri del nostro rinascimento", anche se "la sua lezione troppo legata nell'insieme agli schemi del '400 viene ben presto superata dal manierismo prorompente del nipote Prospero Spani".[89]

I pilastri laterali delle finestre (che oggi sopravvivono solo nella Galleria) essendo tagliati e visibili quindi solo per meno della metà, hanno fatto inizialmente supporre una risistemazione molto tarda della finestratura del cortile. È alla fine del '700 che vengono infatti eseguiti molti lavori alla Rocca, lavori che interessano principalmente tetti, porte e finestre, che si trovano in cattivissimo stato, e che pregiudicano la conservazione degli ambienti interni.[90] Inoltre oggi appare incongrua la mancanza di una trabeazione nel lato superiore, ma questo risulta essere dovuto al fatto che, come attestato dalle testimonianze, quasi tutta l"architettura" del cortile, compresi i pilastri laterali, la trabeazione ed il timpano delle finestre, era dipinta.

È al Chiostro Piccolo di S.Pietro a Reggio Emilia, opera di Bartolomeo Spani, che possiamo rifarci per un confronto con la piccola loggia di Scandiano. Nella parete al di sopra di un portico, formato da sottili colonne binate su cui poggiano armonici archi a pieno sesto, si trovano aperture finestrate a bifora con timpani classici. I pilastrini laterali appaiono appoggiati ad altri piu alti, che a Scandiano erano probabilmente dipinti come gli altri elementi architettonici soprastanti.

Nelle fotografie del cortile, riprese prima del recente restauro risultano infatti visibili, in particolare sul lato est, oltre alle tracce della demolizione delle finestre quadrate sostituite da altre più piccole, anche avanzi degli affreschi che decoravano tutto il cortile, e che, come già aveva riprodotto il Venturi nei suoi schizzi, inquadrano le grandi finestre con elementi architettonici quali colonne, trabeazioni, timpani.

Sulle pareti di questo cortile dunque, come di altri palazzi emiliani "impaginate come frontespizi di un libro, Nicolò Dell'Abate racconta un mondo mitico e cavalleresco, "spasso" e "recreazione" di una classe dirigente che vuole autogratificarsi in un sogno utopico".[91] I temi rappresentati nel cortile, sembrano essere infatti gli episodi dell' Orlando Furioso, come affermato dal Vedriani il quale descrive quanto da questo pittore fu "colorito nel Palagio di Scandiano di fuori, cioè le favole del Furioso, e di dentro, e specialmernte l'Eneide di Virgilio dipinta meravigliosamente in un camerino"[92], mentre il Tiraboschi afferma, parlando di Nicolò, che "veggonsi ancor nel cortile, benchè molto danneggiati dal tempo, i più illustri fatti dall'Ariosto descritti nel suo poema"[93]. Se è attendibile la datazione riportata dal Prampolini,[94] nella Cronaca redatta attorno al 1540, secondo il quale Giovanni Boiardo fa "dipingere per eccellenti pennelli il cortile, finito nel 1520, istoriandolo con le invenzioni tolte dal poema del Boiardo", questi dipinti non possono certamente essere attribuiti a Nicolò Dell' Abate (nato tra il 1509 e il 1512).

Probabilmente, come ipotizza Pirondini (1985) i dipinti del cortile nella loro prima esecuzione risultano "insufficienti alle esigenze qualitative del nuovo conte Giulio, ovvero essendosi rapidamente deteriorate" vengono sostituite da altre, di soggetto ariostesco, da Nicolò. Pirondini prosegue sostenendo la probabilità che "il Dell'Abate semplicemente aggiungesse, nel cortile della Rocca, solo parzialmente dipinto con le storie dell"Innamorato", le scene del "Furioso" le quali, data la notorietà ben presto acquisita da Nicolò in Emilia, offuscarono il ricordo delle altre nonchè dell'ignoto autore che, intorno al 1520 le aveva dipinte".[95]

Un autore che sembra aver lavorato a Scandiano prima di Nicolò è "un ignoto artista bolognese che ora è chiamato "Johanne bononiensis pictor", ... ora "Johanne dicto Siboga pictor de Bononia", come riferito da Giulio Reichenbach il quale lo segnala operante all'epoca di Matteo Maria Boiardo "per almeno dieci anni, dal 1488 al 1497; e da lui dunque, prima che Nicolò Abati, sale, anditi, gabinetti e cortili della Rocca furono istoriati con scene, il cui soggetto era probabilmente suggerito da Matteo Maria".[96]

Sono inoltre affrescati, con una scena rappresentante un "concerto" e un "guerriero gigantesco", anche la lunetta e lo stipite sottostanti il voltone d'ingresso verso il cortile. Questi dipinti sono citati da Morsiani, che afferma: "si rimirano per dietro alla porta dell'istessa Rocca entrando dal piazzale a man destra, e sono di tre figlioli del Co. Gioan Boiardo che stanno sonando a lumi l'instrumenti da fiato e la dama che suona la spinetta, benchè in aria giovanile è la Giulia Gambara loro madre, (...). Il Guerriero di statura gigantesca vestito di tutt'arma colla spada nuda alla mano in atto di difesa è lo stesso conte Gio. Bojardo".[97] Antonio Vallisneri nel 1730 ricorda che "dietro la porta maggiore v'è la figura gigantesca d'Orlando, vestito a ferro, con la spada nuda alla mano, in atto di ferire chi entra e di farne difesa".[98]

Gli stessi affreschi ora perduti, risultano ancora visibili nei primi anni dell'800 quando vengono descritti da Giambatista Venturi che li fa incidere da Antonio Gajani e li pubblica nella sua Storia di Scandiano.[99]

È stato ritrovato e pubblicato nel 1969, attribuendolo genericamente a "scuola emiliana", un disegno preparatorio che risulta perfettamente corrispondente all'incisione ottocentesca della lunetta.[100] Amalia Mazzetti nel 1970 lo attribuisce a Nicolò Dell'Abate[101] e Giovanni Godi nel 1976 mette finalmente in relazione questo disegno con l'affresco della rocca di Scandiano.[102] La collocazione di questi dipinti è facilmente individuabile confrontando la loro forma come è illustrata nella pubblicazione di Venturi con quella perfettamente corrispondente della lunetta asimmetrica sotto il voltone d'ingresso.

Nell'ala nord-ovest, che risale probabilmente all'epoca dei primi Boiardo, cioè la prima metà del '400, sono state messe in luce, dai recenti restauri sul lato verso il cortile, tre "finestre ad ogiva, con un arco a pieno centro sotteso ed arretrato rispetto al filo esterno dell'apertura".[103] Queste sembrano essere le originali finestre dell'edificio quattrocentesco, sostituite successivamente da quelle doppie con pilastri per uniformare il nuovo stile del cortile. Negli spazi tra i due archi sono dipinti a monocromo rispettivamente due figure di angeli ed un ritratto. Queste finestre appaiono di impostazione medioevale, e realizzate "secondo un disegno decisamente inusuale per il contesto territoriale".[104]

Il Piano Nobile

Abbiamo visto come nell'ala sud la "saletta vecchia" comunica con un poggiolo che, costeggiando la "torre vecchia", mette in comunicazione con l'ala ovest. In particolare, attraverso un "andito", si raggiunge la grande "sala vecchia" (metri 22 x 8) chiamata nell'inventario del 1620 "sala grande"[105], che occupa interamente il lato affacciato sul cortile. Da questo ambiente si accede al "Paradiso", un gruppo di quattro stanze la prima delle quali, affrescata da Nicolò Dell'Abate con i Personaggi musicanti, e probabilmente da un suo allievo con la scena raffigurante Il Convito degli Dei. Le tre camere più piccole, la seconda delle quali viene chiamata nello stesso inventario "il Pavaglione", conducono all'appartamento dei Boiardo che si trova nell'ala est (lo studio riguardante la localizzazione di questi ambienti è esposto nel capitolo La localizzazione del Camerino Dipinto e del Paradiso).

Tornando verso sud, e verso la "torre vecchia", dopo una serie di quattro stanze (quelle che in seguito verranno chiamate "della Trota" e "della Scagliola", con le relative anticamere) troviamo un altro grande ambiente, lungo quasi quanto la "sala vecchia", che si progetta di dividere per ricavare tre diversi locali, l'ultimo dei quali sporge di circa quattro metri oltre la linea della facciata sud.

Il lato sud della rocca, quello rivolto verso il monte, risulta dalla pianta in esame essere oltre che molto più corto, anche più stretto dell'attuale. Al posto di quello che oggi è il grande salone (metri 22 x 11) a fianco dello scalone monumentale, si trova infatti una serie di piccole stanze della stessa larghezza della Galleria, che terminano all'angolo sud-est con un leggero risalto, forse il residuo di una torre d'angolo (simmetrica rispetto a quella che si trova a nord-est), contenente una scala a chiocciola. Una torre d'angolo in questo punto è riconoscibile anche nel Disegno del Marchesato.

All'interno della "torre vecchia" viene rappresentata una grande scala, probabilmente il primo progetto di quello che diventerà poi lo scalone monumentale. La pianta del cantiere,[106] databile intorno alla metà del 1623, mostra inoltre una scala più piccola, tra il "cortiletto" e la "torre vecchia", che non viene rappresentata nel disegno di Aleotti.

La galleria, definita "saleta vechia" nella pianta del 1623, è all'epoca, molto più corta di quella attuale, e mette in comunicazione l'ala ovest con quella est. In quest'ultima, parzialmente ricostruita ed innalzata nella prima metà del '500, si trova l'appartamento dei Boiardo, formato da tre camere principali collegate da una camera più piccola, e comprendente al suo interno il "Camerino dell'Eneide". I piani ammezzati delle due ali est e nord, sotto le camere dei Boiardo e sotto i camerini del Paradiso, sono occupati da magazzini, granai e guardaroba, mentre nei piani terreni degli stessi corpi di fabbrica, affacciate sul cortile interno, sono localizzate cucina, dispensa, legnaia, e i locali detti "bugadere", ovvero lavanderie. Questi locali sono rappresentati nell'unico disegno che descrive l'ala est, uno schizzo che si trova sul retro di uno dei progetti per l'ampliamento della rocca.[107]


Scandiano tra il '500 e oggi, le vicende storiche - La Rocca di Scandiano alla fine del '500 - I progetti della Rocca Nuova

La Rocca di Scandiano nel contesto dell'opera di Giovan Battista Aleotti - La Rocca Nuova di Giovan Battista Aleotti

I progetti per Palazzo Bentivoglio a Ferrara

La localizzazione del Camerino Dipinto e del Paradiso

Bibliografia - Regesto dei documenti


Note


[75] A.S.RE., Inv. Cat. Ia. n° 102, Disegno del Marchesato, s.d.

[76] B.A.Fe., Raccolta Aleotti, H5, n° 160, Pianta della Rocca di Scandiano.

[77] A.S.Mo. Mappe e Disegni, Grandi Mappe, n° 107, Pianta parziale del Palazzo di Scandiano.

[78] A.S.Mo. Camera Ducale, Cassa Segreta, n° 35650 - 35651.

[79] A.S.Mo., Camera Ducale, Cassa Segreta, n° 34757.

[80] A.S.Fe. Archivio Bentivoglio, Patrimoniale, lib. 130-1, 1640.

[81] R. Gandini , Lo stato di Scandiano e la corte di Giulio Boiardo nella prima metà del secolo XVI, in La Rocca di Scandiano..., cit., p. 78.

[82] A.S.RE. Comune di Scandiano, Archivio antico, filza 30, Libro delle Colte, 1544, 6 r.

[83] B.M.P.RE., Ms. Regg. A 53, G. Venturi, Scandiano.

[84] A.S.Mo. Archivio Boccolari, filza 10, mazzo 59, (1804-1810).

[85] A.S.RE. Archivio Marchelli, n° 1785. Per approfondire la figura e l'attività di Domenico e Pietro Marchelli si rimanda a: Gli Architetti del pubblico a Reggio Emilia, dai Bolognini ai Marchelli, catalogo della mostra, Reggio E. 1990, pp. 295, 296.

[86] A.S.RE., Archivio Notarile Bertolani, Lettera di Bartolomeo Spani a Giulio Boiardo, cit.

[87] S. Maccarini, La committenza artistica dei Boiardo a Scandiano, Tesi di laurea, Università degli studi di Venezia, Istituto Universitario di Architettura, 1986.

[88] Ibidem.

[89] Nerio Artioli, Introduzione in Mostra di Bartolomeo Spani, "aurifex" (1468-1539), Reggio Emilia, 1968.

[90] A.S.Mo. Camera Ducale, Cassa Segreta, n° 35651 - 35710 - 35830 - 38854 - 40905.

[91] V. Fortunati Pietrantonio, La via emiliana al Cinquecento, tra "grazia e grottesco", in Nell'età di Correggio e dei Carracci, Bologna, 1986, p.41.

[92] L. Vedriani. Raccolta dè pittori, scultori et architetti modenesi più celebri, Modena, 1662, p.64.

[93] G. Tiraboschi , Notizie dè pittori, scultori, incisori ed architetti nativi degli stati del Serenissimo Signor Duca di Modena, Modena, 1786, VI, p. 226.

[94] G. Prampolini, op.cit.

[95] M. Pirondini, La pittura del cinquecento a Reggio Emilia, Milano, 1985, pp. 140-141.

[96] G. Reichenbach, Matteo Maria Boiardo, Bologna, 1929, pp. 263-264.

[97] F. Morsiani, op.cit.

[98] A. Vallisneri, Memorie e iscrizioni sepolcrali del Conte Matteo Maria Boiardo, in Raccolta di opuscoli scientifici e filologici, tomo 3, Venezia, 1730, pp.365-366.

[99] G. Venturi, Storia di Scandiano, Modena, 1822.

[100] K. Andrews, Italian 16th. Century Drawings from British Private Collections, Edimburgo, 1969.

[101] A. Mezzetti, Per Nicolò dell'Abate, Affreschi restaurati, Modena, 1970.

[102] G. Godi, Nicolò dell'Abate e la presunta attività del Parmigianino a Soragna, Parma, 1976, p.17.

[103] P. Scarpellini, Restauri nella Rocca di Scandiano, "Quaderni di Restauro", n°1, Soprintendenza per i beni Ambientali ed Architettonici dell'Emilia, Bologna, 1990, p. 26.

[104] Ibidem.

[105] A.S.RE., Arch. Notarile Ippolito Bertolotti, b. 3529, 1620.

[106] A.S.Mo., Mappe e Disegni, Grandi Mappe, n° 107, Pianta parziale della Rocca di Scandiano, cm. 144x76, s.d.

[107] A.S.Mo., Mappe e Disegni, Topografie di città, n° 40, Pianta della Rocca di Scandiano, Progetto.