LA ROCCA DI SCANDIANO
NEI PROGETTI DI GIOVAN BATTISTA ALEOTTI


La Rocca di Scandiano
nel contesto dell’opera di Giovan Battista Aleotti

Giovan Battista Aleotti è certamente l'architetto ferrarese più noto ed operoso nel periodo che va dalla fine del '500 ai primi decenni del '600, un personaggio la cui fama ha fatto sì, come afferma Giorgio Padovani, che si creasse "attorno al suo nome un'aureola di notorietà, la quale, insieme ad altri fattori, ha avuto per conseguenza che a lui venisse attribuito (...) un vasto ed eterogeneo complesso di opere architettoniche".[151]

Aleotti nasce ad Argenta nel 1546, e nel 1560 si trasferisce a Ferrara dove segue gli studi di architettura e matematica. I suoi primi lavori documentati riguardano rilevamenti topografici di terreni del Polesine effettuati nel 1566, mentre le prime esperienze come architetto avvengono nel 1575, al servizio del duca Alfonso II, nel ruolo che è stato del suo maestro Galasso Alghisi, come ingegnere ducale.

Aleotti, detto "l'Argenta" dal paese d'origine, esordisce dunque come perito agrimensore ed idraulico, e da questo momento, oltre alla prima livellazione del Po del 1574, realizza interventi di restauro o di completamento, o la direzione tecnica di opere progettate da altri. Effettua restauri al Castello ed al Teatro di Corte, e dirige i lavori alla fortezza di Mont'Alfonso in Garfagnana (1579) e al castello di Mesola (1579-1583) entrambi su disegni di Marcantonio Pasi, [152] e sovrintende inoltre alla edificazione dei baluardi di S. Pietro e "senza nome" delle mura di Ferrara. Grazie soprattutto alla conoscenza approfondita dell'opera Delle Fortificazioni di Galasso Alghisi, Aleotti si è così degnamente inserito nel campo delle opere difensive militari, che ormai si andavano costruendo secondo precise norme codificate nell'arco di centocinquanta anni da architetti come Francesco di Giorgio, Antonio da Sangallo, Francesco de Marchi, Francesco Paciotti. Altri insegnamenti vengono ad Aleotti certamente dalla trattatistica cinquecentesca, dalla edizione del Vitruvio di Daniele Barbaro, ma soprattutto dai trattatisti come Serlio, Vignola e Palladio.

Aleotti trascrive infatti una copia della Regola delli Cinque Ordini del Vignola,[153] sulla quale opera però alcune correzioni. Le tavole risultano ordinate in modo inverso a quello seguito dal Vignola e l'ordine architettonico è presentato "seguendo un criterio che va dal particolare al generale, dall'elemento singolo alla composizione d'insieme".[154] Alla fine del manoscritto Aleotti aggiunge alcune tavole che niente hanno a che fare con quelle del modello originale. Nelle prime descrive "tre maniere di fare le colonne spirali", derivate da quelle "del famoso cavaliere Bernino, al sepolcro di San Pietro in Vaticano"; in altre vengono accostati e confrontati i cinque ordini secondo Palladio e Scamozzi, desunti dalle rispettive opere a stampa. In chiusura Aleotti ricopia integralmente l'introduzione al IV Libro del Serlio, dove viene trattata la teoria dei 5 ordini, e termina con la tavola relativa ai cinque ordini secondo questo architetto.

Quest'ultimo trattato sembra essere il punto di riferimento più ricorrente nelle progettazioni di Aleotti; la pianta del palazzo di Gualtieri infatti deriva in modo evidente da una di quelle pubblicate dal Serlio nel terzo libro Delle Antiquità, così come la pianta della chiesa progettata per la rocca di Scandiano è una copia calligrafica di quella a croce greca rappresentata nelle pagine dello stesso trattato relative alle diverse forme delle chiese. Nel medesimo capitolo Serlio illustra anche una chiesa a pianta ellittica, che appare aver palesemente ispirato quella di S. Carlo a Ferrara.

Aleotti dunque sembra essere un architetto manierista, nel senso che la sua ricerca non appare "un confronto critico, ma un ventaglio di possibili "maniere" e quindi di possibili scelte fra loro equivalenti",[155] e si muove all'interno di una mentalità che il Vignola ha contribuito a formare con il suo Trattato, nel quale, come afferma Tafuri, fissa "in modo astorico ed astratto gli elementi lessicali del classicismo, smembrandone le leggi sintattiche al fine di renderlo disponibile per una gamma infinita di applicazioni" e dove "la storia viene privata di valore ideale e ridotta a strumento di progettazione".[156]

Bruno Adorni afferma che colpiscono in Aleotti "la sua grande erudizione e lo spirito enciclopedico" ed il concetto aristotelico di "imitazione", probabilmente derivato dal Palladio e dal Barbaro, "che egli conduce però all'estremo, fino a farlo diventare sinonimo di "citazione", come nella ripresa dell'involucro della basilica di Vicenza adattato alle curve del Teatro Farnese". Adorni prosegue affermando che "proprio per questo suo spirito eclettico estremamente disponibile perlomeno nell'ambito di una cultura accademizzante, mi pare inesatto definire, come più volte si è fatto, l'Aleotti un seguace del Palladio. In realtà lo è nella misura in cui è anche un seguace del Serlio, del Sanmicheli, del Vignola, dell'Alghisi". [157]

Dello stesso parere è anche Vittorio Camerini, il quale sostiene che in Aleotti "la tradizione classicistica rinascimentale, il manierismo dell'età controriformistica e il barocco del secolo XVII convivono in una forma artistica che a seconda delle richieste del committente o delle sollecitazioni ambientali, si orienta verso l'uno o l'altro ideale stilistico" ed inoltre che "manca in lui un vero e proprio svolgimento formale, da posizioni classicheggianti a posizioni moderne e liberamente innovatrici, ma è evidente la tendenza ad esprimersi nello stesso tempo in modi stilisticamente diversi e a volte opposti"[158]

Un giudizio più positivo viene dato da Anna Maria Matteucci la quale, sostenendo che Aleotti può essere considerato il capostipite dei grandi architetti emiliani del seicento, afferma che egli "si applicò con estrema originalità nei campi diversi dell'edilizia civile, religiosa e militare, dell'idraulica e della balistica, della scenografia e della scenotecnica, affiancando sempre all'attività pratica quella teorica, tanto da redigere importanti trattati in questi vari settori", e prosegue descrivendo una personalità spiccatissima che "seppe originalmente assimilare spunti da Palladio, dallo Scamozzi e soprattutto dal Vignola, senza dimenticare la tradizione ferrarese"[159]

Risale alla fine del '500 l'inizio della lunga collaborazione di Aleotti con la famiglia Bentivoglio, che diventerà per l'architetto la committenza più importante. Cornelio Bentivoglio, sovrintendente ducale alle fortificazioni, grande dignitario e ambasciatore degli Este a Parigi, decide infatti di intraprendere una serie di imponenti lavori di sistemazione urbanistica e di bonifica nel suo feudo di Gualtieri. A partire dal 1576 e fino al primo decennio del secolo successivo vengono progettati dall'Aleotti, con la collaborazione di Antonio Vacchi, tutta una serie di interventi, come l'imponente Palazzo Bentivoglio, la grande piazza porticata, la torre civica, la chiesa di S. Andrea oltre probabilmente a certi lavori di irregimentazione delle acque del secchia e del Crostolo e di bonifica dei terreni paludosi circostanti. Anna Maria Matteucci ricorda che "lettere dell'Aleotti del 1599 riguardano infatti disegni per la torre e la chiesa poste nella grandiosa piazza porticata, splendida avancorte organizzata già come place royale". [160] Aleotti è già conosciuto come scenografo teatrale ed allestitore di apparati e "macchine" che realizza in occasione di particolari festeggiamenti e ricorrenze, come le nozze di Marco Pio di Savoia e Clelia Farnese a Sassuolo nel 1587, [161] per le quali Aleotti costruisce un teatro con scenografia a forma di tempio, modellato sul Pantheon di Roma, e il cui palcoscenico "si presentava come una sorta di "scatola magica" impreziosita dal gioco di immagini, forme, luci, suoni e colori, e resa dinamica (...) soprattutto dai congegni meccanici degli intermezzi che si muovevano e si trasformavano". [162] Uno degli allestimenti teatrali più famosi dell'architetto ferrarese è però quello realizzato nel 1592 a Mantova per il Pastor fido di Giambattista Guarini, [163] che lo considera uno dei migliori scenografi dell'epoca. Risulta evidente come anche a Gualtieri l'elemento caratterizzante sia "soprattutto quello di aver creato una "macchina scenica", un "fondale" e delle "quinte" tra le quali svolgere la vita gentilizia di tanto marchesato". [164]

Nel 1591 si reca a Roma, nel primo dei suoi tre viaggi in questa città, assieme ad altri importanti personaggi ferraresi come Giulio Thiene, al seguito del duca Alfonso II che tenta di ottenere la rinnovazione dell'investitura di Ferrara, e vi torna per due volte nel 1600 inviato dal Comune di Ferrara a presentare la richiesta del ripristino della navigazione fluviale nel territorio ferrarese. Durante il primo di questi viaggi fa sosta a Firenze ed a Caprarola, entrando quindi in contatto con i centri della cultura manieristica.[165]

Questi viaggi dunque, oltre a permettergli di studiare dal vivo la struttura del teatro antico nelle sue varie espressioni, lo portano certamente a conoscenza delle opere di quello che sarà uno dei suoi principali ispiratori, Jacopo Barozzi detto il Vignola, che oltre al palazzo Farnese di Caprarola, aveva già realizzato a Roma le chiese di S.Andrea (1550) e S. Anna dei Palafrenieri al Vaticano e quella del Gesù. A questo si devono aggiungere naturalmente la conoscenza diretta delle opere di altri architetti come Michelangelo, Raffaello, Antonio da Sangallo, Vasari, Bramante.

In un periodo di forzata inattività dovuta a malattia si dedica a studi trattatistici ed alla traduzione ed edizione a stampa de Gli artificiosi et curiosi moti spirituali di Erone Alessandrino (1589). Affronta nuovamente problemi di ingegneria militare occupandosi delle mura di S. Giacomo (1589-97), che dilatarono il perimetro difensivo della città di Ferrara con l'interramento di un tratto dell'alveo del Po,[166] ed in seguito, dopo aver partecipato, senza successo, al concorso per il tempio della Madonna della Ghiara a Reggio Emilia nel 1596,[167] progetta e realizza attorno al 1597 l'oratorio di S. Maria della Rotonda, presso Castel Tedaldo, che verrà demolito pochi anni dopo durante l'edificazione della Fortezza pontificia.

Nel 1598, dopo la morte di Alfonso II e il mancato riconoscimento da parte del Papa della legittimità dell'erede, il cugino Cesare d'Este, avviene la "devoluzione" di Ferrara al papato, e la corte Estense si trasferisce a Modena assieme a molte famiglie nobili, ad architetti, pittori e scultori che decidono di non abbandonare il loro signore. Aleotti rimane però a Ferrara e viene nominato nel 1598 "Architetto della Regia Camera Apostolica", nel 1600 "Architetto pubblico del Comune" [168] e poi nel 1602 "Architetto della Fortezza di Ferrara"[169]

Aleotti, dopo l'uscita di scena degli Estensi, si trova alle prese con un nuovo tipo di committenza, dovendo sottostare alle richieste di Papa Clemente VIII. I primi lavori riguardano il ripristino della navigabilità di alcuni corsi d'acqua della provincia, progetti che vengono illustrati nel discorso intitolato Della atteratione del Po di Ferrara, che Aleotti espone nel 1601 all'assemblea cardinalizia presieduta dal Pontefice Clemente VII in visita alla città da poco riacquistata.

Risale al 1581 un manoscritto, ora conservato presso il British Museum, allegato ad una minuta del discorso sulla Atterratione del Po di Ferrara, e intitolato Dell'Architettura libro V.[170] In questo lavoro del quale non si conoscono gli altri volumi, e tuttora inedito anche se segnalato da J. Schlosser,[171] Aleotti tratta problemi pratici legati a confini, servitù di passaggio, porte e finestre, grondaie, rapporti con le edificazioni preesistenti, fogne, acquedotti, e a tutte le leggi che regolano l'attività edilizia. Nell'introduzione, intitolata Dove si tratta de le legi a l'architettore necessarie secondo la mente di Vitruvio, si trova esposta una teoria che può fare luce sulle origini dei concetti architettonici di Aleotti. L'Argenta afferma infatti che Vitruvio "considerasse che necessariamente è di mestiere che il buono Architettore sapia le legi appartenenti ad esso, come si vede nel primo libro di esso, (...) benchè tenga altra opinione Leon Battista Alberti, Architettor fiorentino, il quale benchè scrivesse assai cose apartenenti all'Architettura fece però poco o nulla di buono, come ne testificano l'opere da lui fatte et cittate da Giorgio Vasari pittor'Arettino", e prosegue sostenendo che "chi ben considera i scritti di Leon Battista vedrà che lo Architettor da esso pensato molto più mecanico è che quello di Vitruvio, il quale lo instituisce nel somo grado di eccelenza". Aleotti dà inoltre una interessante spiegazione per la scelta della lingua "volgare" in gran parte di questa trattazione delle leggi edilizie, abitualmente esposte in lingua latina, dicendo che dovranno perdonarlo "i professori di legge se in questa lingua io scuopro et fò palese in questa parte quello che con fatica di raggione dovrebono altri sudare per sapere: perciochè dovendo io far regole per le quali ottimo et ecelente possa essere un Architetto è necessario servirlo in questo idioma, perchè oggi dì quelli che al studio de la Architettura attendono tutti sono ò pittori ò scultori ò intagliatori di legname et simili gente, per lo più che non intendono la lingua latina". Con ciò si può intendere che l'architettura è per lui una attività eminentemente "pratica", lontana dalle idealizzazioni che hanno invece segnato l'opera di tanti artisti rinascimentali. Sembra appropriato inoltre, come propone Adorni, "definire Aleotti un eclettico, comunque certamente non è più l'uomo universale del rinascimento, ma lo specialista in tanti campi: nell'idrologia, nell'ingegneria militare, nelle matematiche, nella costruzione dei teatri, nella scenotecnica, e così via",[172] tutti campi nei quali l'attività di Aleotti, nei primi due decenni del '600 si alterna e si intensifica, con la realizzazione di moltissime opere, documentate con precisione o che gli sono attribuite da più studiosi.

Realizza a Ferrara la cappella di S. Giustina (1599), la sopraelevazione della Torretta dell'Arengo (1603), la chiesa di S. Margherita (1604), la facciata di S. Francesca Romana (1618-1622), i campanili di S. Francesco (1606-1609) e di San Benedetto (1621). Intraprende la bonificazione Bentivoglio tra il Tartaro ed il Po (1608); progetta il monumento tombale dell'Ariosto (1610) e la Porta Paola (1611), mentre sovrintende al completamento del Santuario della Celletta ad Argenta, progettato da Marco Niccolò Balestri (1610). Realizza inoltre la chiesa di S. Maria del Quartiere a Parma (1604-1609) assieme a G.B. Magnani, e la Torre dell'Orologio a Faenza (1606-1607).

Una delle opere principali di Aleotti a Ferrara è la chiesa di S. Carlo, eretta a partire dal 1611. Appare evidente la straordinaria somiglianza tra la facciata di questa chiesa e la travata ritmica che circonda lo scalone di Scandiano, somiglianza che ha confortato le ipotesi iniziali di un intervento di questo architetto nei lavori di ampliamento della rocca nei primi decenni del '600.

La facciata, in cui Aleotti si ricollega al Palladio, pur alterandone alcuni rapporti dimensionali, risulta a Padovani "un pò greve, ma non priva di grandiosità: lo sporgere ed il rientrare delle parti, il largo concorso della statuaria, la mancanza di rispondenza strutturale con l'interno, ne fanno un'opera moderatamente ma schiettamente barocca".[173] Camerini sostiene invece che in questa realizzazione Aleotti "anticipa addirittura, e di parecchi anni, i caratteri berniniani".[174] mentre Matteucci afferma che questa facciata "sottolinea una volta di più l'intima unione di questo artista di architettura e scenografia ed il mutarsi spesso di una nell'altra".[175]

Una prima fonte di ispirazione per la facciata di S.Carlo appare essere il frontespizio del volume Delle Fortificationi, pubblicato nel 1570 da Galasso Alghisi, che di Aleotti era stato maestro e che lo aveva preceduto nella carica di "ingegnere ducale". In questo disegno compaiono infatti le stesse coppie di colonne, in questo caso doriche, che contengono due nicchie sovrapposte, e vi sono pure le cinque statue poste sulla trabeazione e sul frontone.

Altri precedenti per la facciata di questa chiesa sono sicuramente alcune opere di Andrea Palladio (autore del quale Aleotti conosceva I Quattro Libri, trattato che, nel manoscritto intitolato Delli Cinque Ordini di Architettura,[176] mette a confronto con quelli di Vignola, Serlio e Scamozzi), soprattutto le chiese veneziane del Redentore, di S. Francesco della Vigna e di S. Giorgio . Da quella di S. Giorgio in particolare Aleotti riprende la parte centrale, con gli alti piedistalli e l'ordine gigante che sorregge l'architrave ed il timpano, ma non le due ali laterali. S.Carlo infatti, a differenza delle citate chiese palladiane a tre navate, è a pianta centrale, così come altre chiese realizzate da Aleotti, in particolare S. Maria del Quartiere a Parma e il santuario della Celletta ad Argenta. L'interno ha forma ovale e le pareti sono scandite da otto coppie di colonne ioniche tra le quali si aprono quattro grandi nicchie con statue; una continua trabeazione orizzontale unifica poi tutto lo spazio interno che è sormontato da una volta ovale. [177]

Tra le imprese più impegnative di Aleotti è l'erezione della Fortezza di Ferrara, che l'architetto porta a compimento nel 1618 a partire da progetti iniziali di Marco Farnese e di Pompeo Targone.[178]

Dopo un iniziale momento di fervore seguito alla nuova dominazione pontificia a Ferrara l'attività edilizia si affievolisce e decade ben presto, tanto che Aleotti "accetta incarichi a Verona, Modena, Mirandola, Carpi, Piacenza e Parma, dove per la sua riconosciuta esperienza nel campo degli effetti teatrali il duca Ranuccio gli affida la costruzione del Teatro Farnese"[179] che resterà la sua opera più famosa ed impegnativa.

Aleotti aveva già in precedenza realizzato a Ferrara, assieme ad Enzo Bentivoglio, alcuni teatri ora scomparsi come il Teatro Marfisa, il Teatro degli Intrepidi e quello della Sala Grande. É però solo con il Teatro Farnese che l'architetto realizza, superando il concetto del teatro classico palladiano e scamozziano, la nascita del teatro inteso in senso moderno. Abolisce infatti la scena fissa e la cavea ad emiciclo per proporre un vasto palcoscenico con arcoscenico che separa nettamente la zona degli attori dal pubblico. La cavea allungata, a forma di U, è utilizzabile sia come platea per il pubblico che come spazio scenico per l'allestimento di tornei e di altri giochi. Un teatro che inoltre, per la novità della concezione, la razionalità degli impianti tecnici come le scene mobili e gli spazi attrezzati per il palcoscenico, l'equilibrio e la coerenza delle membrature e della decorazione (anche se certe modificazioni e completamenti sono dovuti ad interventi di Bentivoglio e Magnani) può essere considerato il suo capolavoro.

Nel 1621 Aleotti viene incaricato dal padre gesuita Nicolò Cabeo di realizzare alcuni disegni, basandosi su precise indicazioni compositive e stilistiche, per la chiesa di S. Lucia a Bologna, che però viene poi edificato da Girolamo Rainaldi chiamato a Bologna nel 1623, e autore del progetto definitivo poi realizzato.[180]

Giovan Battista Aleotti prosegue la sua attività di architetto e di teorico fino ad età avanzatissima. Nel 1632 opera la revisione dell'Idrologia, l'opera alla quale egli aveva lavorato per 38 anni, e che non poté stampare per il fallimento dei banchieri depositari della somma a ciò destinata.[181] Nel 1627, ad oltre ottant'anni di età ha realizzato invece la sua ultima opera architettonica, la Cappella del SS. Sacramento nella chiesa di S. Andrea a Ferrara, ed in questa viene sepolto dopo la morte che lo coglie il 12 dicembre 1636. La chiesa viene poi distrutta nel 1867 ed i resti di Aleotti vengono trasferiti nel santuario della Celletta, vicino alla sua città nativa di Argenta.


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Bibliografia - Regesto dei documenti


Note


[151] G. Padovani, Architetti Ferraresi, in "Atti e memorie della Deputazione Ferrarese di Storia Patria", nuova serie, vol. XV, Rovigo, 1955.

[152] G. Padovani, G.B. Aleotti rivisitato, in "La Pianura", n° 1, Ferrara, 1980.

[153] B.A.Fe., Racc.Antonelli, n° 610, G.B. Aleotti, Delli Cinque Ordini di Architettura.

[154] F. Bondi, Giovan Battista Aleotti - Architetto teatrale e scenografo, tesi di laurea, Rel. prof. M. Fagiolo, Università degli Studi di Firenze, Facoltà di Architettura, A.A. 1981-82.

[155] Ibidem.

[156] M. Tafuri, L'architettura dell'umanesimo, Roma-Bari, 1980, p. 72.

[157] B. Adorni, L'architettura farnesiana a Parma, Parma, 1974, p. 72.

[158] V. Camerini, op.cit., p. 41.

[159] A.M. Matteucci, Architettura come scenografia / Rococò e neoclassicismo, in Arte in Emilia-Romagna, Venezia, 1985, p. 284-285.

[160] A.M. Matteucci, Originalità, diffusione ..., cit., p. 24.

[161] M. Schenetti, Storia di Sassuolo, Modena, 1965, p. 130.

     A.F. Ivaldi, Le nozze Pio-Farnese e gli apparati teatrali di Sassuolo del 1587, Genova, 1974.

     V. Vandelli, Dalla rocca al palazzo, in: M. Pirondini (a cura di), Ducale Palazzo di Sassuolo, Genova, 1982, pp. 18-19.

[162] A.F. Ivaldi, op.cit., p. 23.

[163] A.F. Ivaldi, op.cit., p. 49.

[164] AA.VV. Gualtieri, un centro storico nel suo territorio, Roma, 1981

[165] A Frabetti, L'Aleotti urbanista: la Fortezza di Ferrara, in "Il Carrobbio", 1985, p. 121.

[166] T. Cappelli, Il Teatro Farnese di Parma, Parma, 1990, p. 36.

[167] G. Campori, Artisti italiani e stranieri alla Corte Estense, Modena, 1855, p. 8.

[168] A.S.Fe. Archivio Bentivoglio, Lib 32, n° 52.

[169] V. Camerini, op.cit., p. 43-44.

[170] Londra, British Museum, Ms. Add. 22759, Giovan Battista Aleotti, Dell'Architettura Libro V - Della atteratione del Po a Ferrara, 1581-1602.

[171] J. Schlosser Magnino, La letteratura artistica, Wien, 1924, (ed. consult. Firenze 1979), p. 424.

[172] B. Adorni, L'architettura farnesiana a Parma (1545-1630), Parma, 1974, p. 72.

[173] G. Padovani, Architetti Ferraresi, in "Atti e memorie della Deputazione Ferrarese di Storia Patria", nuova serie, vol. XV, Rovigo, 1955, p. 171.

[174] V. Camerini, op.cit., p. 41.

[175] A.M. Matteucci, Architettura come scenografia / Rococò e neoclassicismo, in Arte in Emilia-Romagna, Venezia, 1985, p. 285.

[176] B.A.Fe., Raccolta Antonelli, n° 610, G.B.Aleotti, Delli Cinque Ordini di Architettura.

[177] Potrebbe apparire strano che una chiesa dedicata a S. Carlo Borromeo venga edificata secondo uno schema a pianta centrale. Borromeo infatti "applicò all'edilizia sacra i decreti del concilio tridentino; a suo avviso la forma circolare era pagana e perciò raccomandava di ritornare alla "forma crucis" della croce latina". (R. Wittkower, Principi architettonici nell'età dell'umanesimo, Torino, 1964, p.32). Ma questa chiesa, oltre che a S.Carlo, è dedicata (come dichiara il motto inciso sull'architrave della facciata) alla Madonna; questo fa sì che possa essere stata accettata la forma ovale, in base alla preferenza conferita alle piante centrali nella edificazione di santuari e chiese dedicate alla Vergine.

[178] A Frabetti, L'Aleotti urbanista: la Fortezza di Ferrara, in "Il Carrobbio", 1985, p. 118

[179] T. Cappelli, op.cit., p. 37.

[180] P. Foschi, La chiesa di S. Lucia e i collegi dei Gesuiti. Vicende costruttive, in Dall'isola alla città, i Gesuiti a Bologna, Bologna 1988.

[181] G. Padovani, op.cit., p. 48.