I progetti per Palazzo Bentivoglio e per la Rocca di Scandiano

 

La facciata di Balazzo Bentivoglio a Ferrara (ill. n° 77), compiuta tra il 1583 e il 1585., è un'opera architettonica la cui attribuzione è da tempo controversa.

Questa facciata è modellata da una esuberante decorazione plastica che Giorgio Padovani attribuisce ad Aleotti pur definendola magniloquente ed insolita per Ferrara, ed accostabile alle opere dallo stile "baldanzoso e rumoroso dell'architetto ed antiquario napoletano" Pirro Ligorio. [209] Padovani già nel 1932 propone questa attribuzione basandosi sia su analogie stilistiche con particolari di costruzioni e di disegni aleottiani, che sulle strette relazioni professionali e di amicizia fra i Bentivoglio e l'Aleotti, oltre che sul fatto che a questa paternità "si giunge anche per via d'esclusione non potendo la facciata appartenere alla classica maniera dello Schiatti o del Balbi, che con l'Argenta formano la triade dei principali architetti operanti allora a Ferrara". [210]

Successivamente lo stesso studioso, in un saggio del 1955, torna sull'argomento ed afferma, riferendosi all'Argenta, che sembra "criticamente mal sostenibile l'attribuzione a lui della facciata Bentivoglio, attribuzione da noi stessi accolta in passato", e che si può riconoscere "in questo enfatico prospetto, così estraneo allo spirito locale, la pittoresca fantasia napoletana di Pirro Ligorio", [211] per poi riprendere nell'ultimo suo intervento del 1980 [212] la primitiva attribuzione, anche in base agli studi di Coffin [213] che mettono in evidenza notevoli somiglianze fra alcuni particolari della facciata e certi disegni di Aleotti conservati presso la Biblioteca Ariostea di Ferrara. [214]

In un recente saggio di Giuliana Marcolini e Guido Marcon [215] si ipotizza invece che la ristrutturazione di Palazzo Bentivoglio sia stata solamente portata a termine da Aleotti, a partire da un grandioso progetto comprendente quattro cortili e scaloni monumentali, documentato da due disegni conservati presso l'Archivio di Stato di Ferrara, [216] che i due studiosi attribuiscono a Pirro Ligorio.

Questo architetto giunge a Ferrara, da Roma, nel 1569 per prendere il posto di Enea Vico nella carica di "antichario" di corte [217] . Ligorio risulta essere stato in contatto con gli Este già da tempo, infatti già nel 1549 è impegnato al servizio del cardinale Ippolito d'Este, per il quale lavora alla trasformazione del convento di S. Francesco a Tivoli nella delizia di Villa d'Este. Risulta inoltre la partecipazione di questo architetto alle opere di ricostruzione e decorazione del castello di Ferrara che si rendono necessarie per riparare ai danni provocati dal terremoto del 1570. [218] Ligorio è occupato inoltre come consulente negli acquisti di opere di antiquariato da parte del duca, oltre che nell'allestimento di tornei e scenografie, tra cui quelle per i festeggiamenti in occasione dell'ingresso a Ferrara di Enrico III, nel 1574.

I progetti per Palazzo Bentivoglio sono attribuiti dai due studiosi a Pirro Ligorio, che li avrebbe realizzati proprio in quest'epoca, al tempo delle aspirazioni regali di Alfonso II d'Este. Egli infatti nutriva speranze di succedere ad Enrico III sul trono di Polonia, e Ligorio avrebbe redatto per lui un primo grandioso progetto, ma successivamente, una volta svaniti i sogni del duca, lo stesso architetto avrebbe elabortato "una versione semplificata ma soprattutto meno regale del progetto" Nel 1583, alla morte di Ligorio il compimento dell'opera già progettata sarebbe stato affidato al giovane Aleotti che "avrebbe iniziato con la realizzazione della facciata ferrarese ad appropriarsi di uno stile di cui stavano comparendo numerosi altri esempi in area padana", come nella stessa Ferrara "il Palazzo Costabili di via Volpaletto, costruito attorno agli anni '20 del 1600 probabilmente su progetto dello stesso Aleotti". [219]

Sappiamo di contatti tra Aleotti e Pirro Ligorio, documentati anche da alcuni disegni di quest'ultimo conservati da Aleotti all'interno di una copia del trattato del Vignola Regola delli cinque ordini di Architettura, e da alcuni disegni del primo ai quali è allegato un manoscritto di Ligorio, conservati presso la Bodleian Library di Oxford. [220] Inoltre non si può fare a meno di notare, concordemente con Coffin, la stretta rassomiglianza tra certi elementi della facciata di Palazzo Bentivoglio, completata nel 1585, con quelli visibili in molti disegni di Aleotti, tra cui il il progetto per la tomba di Cornelio Bentivoglio, morto nello stesso anno, e quelli per la porta della Fortezza di Ferrara, in particolare le panoplie a rilievo, i timpani spezzati a volute ed il portale. Aleotti potrebbe quindi essersi rifatto per queste progettazioni allo stile dell'architetto napoletano da lui conosciuto e studiato. Coffin rileva però la solo apparente somiglianza tra "l'architettura di Ligorio, come si vede nel Casino di Pio IV in Vaticano o in Palazzo Lancellotti nella Piazza Navona a Roma" che è molto "decorativa e delicata nel suo classicismo di derivazione archeologica, quasi uno stile femmineo, ispirato all'arte di Raffaello e particolarmente del Peruzzi", con quella realizzata nel Palazzo Bentivoglio, che "benchè molto ornato, è fiero e quasi maschio nel suo stile", comprendendo inoltre elementi completamente estranei a Ligorio come "i frontoni spezzati del piano nobile e del portale principale, l'insolita parte superiore delle finestre del piano terra e le bugne sopra gli ordini del portale". [221]

Appare poco attendibile invece l'attribuzione a Pirro Ligorio di quello che viene definito il "progetto iniziale" che sarebbe stato elaborato prima del 1574. Questo soprattutto se si considera la presenza, nel disegno in questione, dei due monumentali scaloni con doppia rampa a tenaglia, a base circolare e quadrata, il cui stile sembra risalire ad un'epoca più tarda, la stessa a cui appartiene anche lo scalone della Pilotta a Parma, realizzato nel 1610 da Moschino. Inoltre non si comprende perchè Alfonso II avrebbe dovuto trasformare nel proprio "palazzo reale" un edificio di proprietà dei Bentivoglio, che si trova oltretutto situato in una posizione piuttosto infelice, in una via stretta e chiuso tra altri edifici.

Risulta interessante infine, per la notevole somiglianza, procedere al confronto tra questi progetti e quelli per la rocca di Scandiano, conservati presso l'Archivio di Stato di Modena, che presentano notevoli somiglianze con quelli di Palazzo Bentivoglio.

In entrambi i casi viene proposta, in due versioni differenti, una vastissima espansione dell'edificio preesistente che oggi appare sovradimensionata rispetto all'importanza ed al potere del committente. L'ampliamento dovrebbe avvenire con l'aggiunta di nuovi fabbricati a impianto quadrangolare [222] che racchiudono due ampi cortili porticati ed un grande scalone, disegnato di volta in volta in forme diverse. [223]

È però soprattutto evidente l'identità tra lo scalone circolare con doppia rampa a tenaglia progettato per il palazzo Bentivoglio (che qui si espande in un ulteriore doppio scalone a base quadrata) con quello successivamente realizzato a Scandiano. Un confronto calligrafico conferma poi l'identità tra la scrittura che compare nei progetti per Scandiano, dalla pianta della "Raccolta Aleotti" ai progetti conservati all'Archivio di Stato di Modena, con quella presente nei progetti di palazzo Bentivoglio. Abbiamo già verificato in precedenza come questa scrittura sia quella di Giovan Battista Aleotti, come si ricava da vari documenti autografi, come disegni, manoscritti di opere destinate alla stampa e lettere.

É probabile quindi che i due disegni per l'ampliamento di Palazzo Bentivoglio siano stati realizzati da G.B. Aleotti in un periodo posteriore all'edificazione della facciata, tra la fine del '500 ed il primo decennio del secolo successivo. A quest'epoca risalgono infatti i grandi progetti imprenditoriali e finanziari di Enzo Bentivoglio, che successivamente però devono essere ridimensionati in modo drastico a causa delle sopravvenute difficoltà economiche, così che anche i piani per l'ampliamento del palazzo ferrarese non possono essere portati a compimento. È possibile che alcuni elementi di questi progetti, come lo scalone, siano poi stati "trasferiti" nella ristrutturazione della rocca di Scandiano al momento della presa di possesso di questo feudo da parte del marchese Enzo, nel 1634.


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I progetti per Palazzo Bentivoglio a Ferrara

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Bibliografia - Regesto dei documenti


Note



[209] G. Padovani, op.cit., p. 50.

[210] G. Padovani, Architetture certe e probabili a Ferrara, in "Corriere Padano", 27 gennaio 1932.

[211] G. Padovani, Architetti Ferraresi,  in "Atti e memorie della deputazione ferrarese di storia patria", nuova serie, vol. XV, Rovigo, 1955, p. 122-123.

[212] G. Padovani, G.B. Aleotti rivisitato, in "La Pianura", n° 1, Ferrara, 1980, p. 50.

[213] D.R. Coffin, Some architectural drawings of Giovan Battista Aleotti, in "Journal of the society of Architectural Historians", I962, p.116-120.

[214] B.A. Fe., MS, classe I, n°  217.

[215] G. Marcolin - G. Marcon, Il palazzo Bentivoglio e gli architetti ferraresi del secondo Cinquecento, in L'impresa di Alfonso II, a cura di J. Bentini e L. Spezzaferro, Bologna, 1987.

[216] A.S.Fe., Periti, Mappe, cartella L, piante n° 14 e 15.

[217] L. Lodi, Immagini della genealogia estense, in L'impresa di Alfonso II, a cura di J. Bentini e L. Spezzaferro, Bologna 1987, p.152.

[218] Adriano Cavicchi, Appunti su Ligorio a Ferrara, in L'impresa di Alfonso II, a cura di J. Bentini e L. Spezzaferro, Bologna 1987, p.139.

[219] G. Marcolin - G. Marcon, op.cit, pagg. 206-207

[220] D.R. Coffin, op.cit., p.116.

[221] Ibidem p.121-122

[222] S. Serlio, I sette libri dell'Architettura, Venezia, 1584, libro VII, C I.
"di molti siti e di diverse e strane forme, in ricondurre ogni cosa quadrata"

[223] Come afferma Claudia Conforti commentando un'altra serie di progetti seicenteschi singolarmente simili, quelli per palazzo d'Este a Roma, "questo particolare modello a corti binate e speculari si può ricondurre, come radice tipologica, alla fabbrica "cominciata dal Conte Gio. Battista della Torre" a Verona su progetto di Palladio, che la illustra nel Secondo Libro d'Architettura" (C.Conforti, op.cit., p. 61).