Scandiano tra il ‘500 e oggi
Le vicende storiche

 

I Boiardo

I Boiardo hanno il dominio di Scandiano per più di un secolo, dal 1423 al 1560, durante il quale la primitiva rocca fondata dai Fogliani viene trasformata in elegante residenza di campagna, luogo di operosi ozi, preferito dal poeta Matteo Maria Boiardo e poi dai suoi eredi.

La rocca di Scandiano e gli altri castelli del feudo, come Gesso e Torricella, all'atto dell'insediamento di Feltrino Boiardo nel 1423, si presentano "ignobili e distrutti" [8] , così che "per studio e diligenza di lui furono riedificati e cinti di muraglia quale hora vediamo" [9] .

Già alla metà del '400 vengono descritti "totus murus qui nunc cingit totum castellum Scandiani cum omnibus turrionis", la "Rocha Scandiani nova", il "palatium situm in dicta Rocha" ed il "burgo novo de Scandiani, ab occidente ab ecclesia conventus S. Maria de la Crocetta" [10] . Alla fine del secolo la rocca ha la seguente configurazione: il primitivo torrione di avvistamento e di guardia è stato col tempo circondato da un edificio chiamato in un documento notarile del 1494, "palatio veteri" cioè palazzo vecchio, vicino al quale sorgono i "pallatii novi"; [11] la corte è poi circondata da un alto muro agli angoli del quale sono le torri di guardia, mentre vi era "dalla parte del monte un giardino" [12] , voluto da Feltrino, che si estende probabilmente oltre il fossato.

É però Giovanni Boiardo che, nei primi due decenni del '500, imposta quel progetto che nei secoli successivi viene fatto proprio da tutti i feudatari che lo seguono, quello tendente a rendere "più maestosa la Rocca stessa, su l'idea del Castello di Ferrara, col pensiero di fabbricarvi ai quattro angoli quattro gran torri." Si dice inoltre che egli " fece dipingere per eccellenti pennelli il cortile, finito nel 1520, istoriandolo con le invenzioni tolte dal poema del Boiardo e vi fece frapporre le armi dei quarti del parentado (...) Disegnò di dilatare il castello verso il monte, col guastare il giardino e tirare una spaziosa contrada, sicchè la torre restasse collocata in mezzo al Castello". [13]

Il suo successore Giulio Boiardo chiama valenti artisti a decorare il cortile e le stanze del piano nobile. Questi lavori sono ricordati in una lettera dell'agosto 1535 in cui il conte Giulio Boiardo si rammarica di non poter fornire al cardinale Ippolito d'Este "quaranta guastadori per la fabrica sua di Modena" in quanto sostiene che "già cinque mesi fano che comentiai la fabrica mia di Scandiano" e che i lavoratori impegnati in questa impresa sono "frustissimi, et pur ancora non cesso di travagliarli". [14] Nel manoscritto di Morsiani Supplemento alla Storia di Scandiano si legge poi che nel 1547 il giorno "10 febbraio diroccò poco dopo mezzogiorno per una scossa di terremoto la torre chiamata La Specola posta in Rocca Vecchia, con rovina di molte cose (...) la torre era sproporzionatamente alta e sottile"; per cui, forse anche in seguito ai danni provocati da questo terremoto, "trovandosi poi l'anno 1548 il Co. Giulio in buono stato dè suoi affari si diede tutto a compiere come si è detto l'ampliazione del nostro Castello cominciato dal padre". [15] In varie riprese dunque, intorno alla metà del '500, la rocca di Scandiano è oggetto di una serie di interventi volti a renderla più consona alle esigenze di una corte signorile come quella dei Boiardo.

In quest'epoca viene non solo ristrutturato ed affrescato il cortile interno, ma anche ampliati e innalzati i corpi di fabbrica trecenteschi e quattrocenteschi, e molti di questi lavori vedono la presenza di un artista dal talento multiforme come Bartolomeo Spani, orafo, scultore e architetto. Spani risulta aver accettato di eseguire i lavori commissionatigli dal conte Giulio nel gennaio del 1535, e questo è testimoniato da una lettera in cui afferma che il conte "me ricercò ch'io volessi venire a lavorare qui a Scandiano, cò alcuni altri maestri et io gli respose ch'io non potea per haver pigliata opera a Parma dalli frati, et che se V.S. facesse che li frati fusino contenti, ch'io molto volentieri la serviria, del che V.S. ebbi la gratia del tutto, et venè con molti altri maestri". [16]

È alla committenza di Giulio Boiardo che si devono quindi i principali lavori realizzati a Scandiano, e soprattutto le opere per le quali la rocca è nota: il "Camerino dipinto" e il Paradiso, realizzate nella prima metà del '500 dal pittore modenese Nicolò Dell'Abate. Sulle pareti del Camerino Nicolò affresca l'Eneide di Virgilio, divisa in pannelli che illustrano i dodici canti, mentre nella camera del Paradiso vengono affrescate le voltine con i Personaggi musicanti e, per mano di un allievo di Nicolò, il soffitto con la scena di Ercole alla mensa degli Dei.

Gli affreschi saranno staccati nel 1772 e trasferiti a Modena, nella "Gran Sala" del Palazzo Ducale di Modena, da dove, in seguito a un incendio che ne danneggia irreparabilmente una parte, vengono poi trasferiti nella Galleria Estense dove ancora sono conservati.

Sotto la guida di Giulio Boiardo, a Scandiano viene operata una prima e consistente sistemazione urbanistica che interessa in particolare la contrada Crocetta che porta verso il fiume Tresinaro e le case della contrada Santa Croce. Inoltre il conte fa aprire "un'altra contrada che volgeva verso il Castello, sboccando evidentemente circa davanti alla torre dell'orologio (Campanone)" ed edifica inoltre "parzialmente la piazza Maggiore innalzando case e recinti". [17]

Alla metà del '500, la rocca di Scandiano, nonostante gli interventi volti a renderla più comoda ed elegante, ha ancora l'aspetto esteriore di un massiccio fortilizio, diviso in vari corpi di fabbrica edificati o riadattati nei secoli precedenti.

Giulio Boiardo muore nel 1553 ed il feudo passa in eredità, in mancanza di discendenti maschi, al fratello Ippolito, il quale, essendo infermo di mente, governa per mezzo di speciali curatori assegnatigli dal duca d'Este fino al 1560 quando muore senza eredi. È durante il breve governo di Ippolito Boiardo che "Scandiano ebbe a soffrire di nuovo l'invasione degli Spagnuoli, guidati tal maestro di campo di Ottavio Farnese, Paolo Vitelli" [18] . Il duca di Parma Ottavio Farnese, generale del re di Spagna Filippo II, è infatti in guerra con il duca di Ferrara Ercole II d'Este, e nel 1557 le truppe spagnole assaltano Scandiano e i castelli circonvicini. Scandiano non oppone nessuna resistenza alle truppe del Farnese, anzi ne diviene la principale piazza d'armi, e viene fortificata da Francesco Paciotto. Vari schizzi relativi a questi progetti sono conservati presso l'Archivio di Stato di Parma. [19] La guerra deve però danneggiare notevolmente la rocca, assieme ai castelli di Arceto e di Casalgrande, e dal 1558 al 1561 vengono eseguiti numerosissimi lavori per riparare soprattutto porte, finestre, vetrate e tetti. [20]

 

I Thiene

 

Anche se il palazzo di Scandiano è comunemente conosciuto come "Rocca dei Boiardo", l'aspetto attuale di questo edificio è quello che risulta dagli interventi operati soprattutto dai Thiene, che tengono questo feudo dal 1565 fino al 1623. A questi feudatari si deve la forma che la rocca ha poi assunto e che presenta ancora oggi, con l'ampliamento della parte monumentale affacciata a sud comprendente la grande facciata incompiuta e il torrione.

Non si hanno molte notizie riguardanti il periodo trascorso a Scandiano da questa dinastia. Le uniche testimonianze, più volte utilizzate dagli storici locali come Giambatista Venturi (1812) e Aderito Belli (1928), sono quelle contenute nel manoscritto di Francesco Morsiani intitolato Supplemento alla Cronaca di Scandiano di Messer Geminiano Prampolini [21] (redatto intorno al 1740 con l'intenzione di proseguire il precedente che si interrompeva al periodo dei Boiardo) ed ovviamente nella corrispondenza relativa ai rapporti tra i Thiene e la corte estense, oggi conservata presso l'Archivio di Stato di Modena.

Scandiano, dopo la fine della dinastia Boiardo, torna sotto il controllo diretto della Camera Ducale Estense e solo nel 1565, essendo ben introdotto presso la corte estense, Ottavio Thiene, nobile vicentino e marito di Laura Boiardo, ottiene la contea di Scandiano. Morsiani afferma che il duca Alfonso II di Ferrara "in memoria dei meriti di Casa Boiarda infeudò per soli 40000 scudi questo stato con tutti i suoi beni feudali di valore di più di 100000 al predetto Conte Ottavio Thiene" [22] il quale viene a prenderne solennemente possesso nel 1567.

Morsiani riporta una opinione degli storici vicentini, secondo la quale i Thiene deriverebbero il loro nome da "Atthenis" cioè Atene, dalla quale sarebbero partiti dopo l'invasione di Saladino. Sono discendenti in linea diretta da Marco Thiene che "fu molto caro a Federico III Imperatore che lo creò Conte Quinto in vicentino e gli concesse il privilegio di porre l'aquila nera nella sua arma", e particolarmente "per la via delle armi e delle lettere si avanzarono ad un grado distinto di ricchezze e d'onore".

Non bisogna dimenticare che i Thiene sono all'epoca di MarcAntonio e del figlio Ottavio (futuro conte di Scandiano) impegnati nella edificazione di imponenti palazzi e ville, la cui realizzazione affidano alla genialità di Andrea Palladio. Ricordiamo soprattutto il Palazzo Thiene a Vicenza e l'incompiuta Villa Thiene a Quinto Vicentino, i cui lavori sembra siano stati in parte seguiti proprio da Ottavio. [23]

Probabilmente anche a causa delle tradizioni militari della famiglia, i Thiene si distinguono subito a Scandiano per l'estremo rigore del governo, ed il Morsiani afferma che "da questo tempo in avanti gli abitanti di questi paesi e particolarmente le persone civili cominciarono a provare la rejeta condizione di sudditi perchè fuori dalle cose della giustizia li Boiardi trattavano co loro popoli piuttosto da cortesi concittadini che da padroni. Al contrario li Thieni guardarono sempre dall'alto al basso qualunque persona di questo paese, senza minima distinzione nè d'alta condizione del sangue, nè al merito personale". I Boiardi lasciano un ottimo ricordo a Scandiano, per il buon governo unito ad una affabilità ed a una condiscendenza particolare verso i sudditi, che vengono da loro trattati "come confratelli e compari". I Thiene, al contrario, con i notabili locali "non conversarono mai alla confidente ma tratenendosi con una turba di amici forastieri, con questi si solazzavano alle spese dei poveri suditti che agravavano oltre ogni credere". Con i Thiene quindi "lo spirito dell'assolutismo investe e modifica le strutture di questo piccolo centro rinascimentale", [24] facendo apparire questi feudatari "chiusi nei pregiudizi propri e del loro tempo, ma, in sostanza preoccupati di difendere il proprio potere". [25]

Morsiani afferma che il conte Ottavio, pur continuando a risiedere a Ferrara, inizia "mediante i suoi ministri a farsi conoscere per padrone", con "la pubblicazione di molte gride che fecero far giudizio del suo rigore, sopratutto quelle che furon promulgate per rimettere in vigore la Caccia che era stata nei precedenti anni quasi del tutto distrutta, parvero assai tiranniche". [26] La caccia viene infatti riservata ai feudatari ed alla nobiltà, mentre "ai sudditi era vietato cacciare lepri, caprioli, cinghiali, distruggere le uova dei fagiani e pernici o danneggiare i nidi, avevano invece un premio per ogni volpe e lupo catturato". [27] Impone inoltre lavori di restauro e di rinnovamento nel feudo che è stato invaso e saccheggiato dagli spagnoli dieci anni prima, tra il 1557 e il 1558. Viene ordinata dal nuovo feudatario in particolare la riedificazione del castello di Casalgrande che risulta essere quasi completamente distrutto, e la rinnovazione dell'Estimo, ottenuta "dividendo tutti li beni in Quaderni, colle stime di quaderno in quaderno, cosa non più praticata e questa invenzione risultò a gran vantaggio della Comunità per la chiarezza, con cui posteriormente si è poi sempre saputo il sicuro valore dei Terreni a giusto ragguaglio delle Colette che annualmente si esigono". Il nuovo Estimo del feudo di Scandiano, continua Morsiani, viene iniziato "l'anno 1569, fu del tutto finito l'anno 1574, e fu chiamato l'Estimo del Galetti, ed è quello di cui tutta via la nostra comunità si serve".

Ottavio muore a Ferrara nel 1574 ed ottiene, secondo quanto disposto dal testamento, di "essere sepolto in Scandiano nella Chiesa Grande al modo che parrà ai suoi eredi", che dovranno inoltre continuare a versare ogni anno al Duca di Ferrara 3000 ducati sino al pagamento dell'intera somma concordata. [28] Gli succede il figlio Giulio, che, dopo sei anni, riesce ad elevare la contea di Scandiano a marchesato, con la giurisdizione ancora una volta separata da Reggio e soggezione dovuta ai soli Estensi.

Risulta piuttosto difficile ricostruire con esattezza la figura di Giulio Thiene. Molti storici infatti lo confondono con un omonimo cugino Giulio da Thiene, [29] importante personaggio militare, già impegnato nella guerra combattuta tra Chiesa, Francia e Ferrara contro Spagna e Impero (Lega Sacra) nel 1557. Le numerose lettere autografe di quest'ultimo, conservate presso l'Archivio di Stato di Modena assieme a quelle del marchese di Scandiano, hanno fatto sì che i due personaggi, quasi contemporanei, siano stati spesso scambiati.

La voce relativa a Giulio da Thiene nel volume XXXIII del Allgemeines Lexicon der Bilden den Kunstler di Thieme e Becker, infatti lo definisce in questo modo: "Architetto, matematico, autore di trattati sulle fortificazioni, 1551 Urbino, 1619 Vicenza. Colonnello del Re di Spagna, Luogotenente Generale e ambasciatore del duca di Urbino presso la Repubblica di Venezia. Il fratello Filippo fu un architetto militare.". [30]

Tutta la bibliografia citata in questa scheda si riferisce a pubblicazioni o manoscritti riguardanti uomini illustri di Urbino, e solo uno, l'Orazione Funebre di E. Croce viene pubblicato a Ferrara nel 1619. Le date di nascita e morte sono certamente sbagliate, se attribuite a Giulio da Thiene; difficilmente infatti avrebbe potuto partecipare, come documentano molte sue lettere, alla guerra nel 1557 se fosse nato solo sei anni prima, e si riferiscono quindi al marchese Giulio Thiene. Quest'ultimo muore infatti nel 1619 per le conseguenze di un incidente con la carrozza nei pressi di Scandiano. [31]

Quasi tutte le lettere di Giulio da Thiene al duca d'Este (alcune delle quali scritte parzialmente in codice), trattano di argomenti militari, e sono scritte da Pesaro o da Urbino, dove questo personaggio è al servizio del duca Della Rovere. Negli "Archivi Militari" inoltre è conservato un inedito Discorso sopra la fortificazione di Ferrara, [32] che Giulio da Thiene dedica al duca Alfonso II, corredato di disegni acquerellati che illustrano varie proposte per i bastioni di quella città. Infine in un appunto, non firmato, allegato alle lettere conservate presso l'Archivio di Stato di Modena, si afferma che "Thieni Co. Giulio morì li 5 ott. 1588 a or 6 di notte". [33]

Marc'Antonio Guarini nel Compendio Historico delle Chiese di Ferrara, pubblicato a Ferrara nel 1622, descrive Giulio Thiene in questi termini: "Cavalliero di portata, prattico e ben esercitato in ogni maniera di esercizio cavalleresco, trattando l'armi con grande agilità e prudenza; essendo egli della persona ben complesso, il cui valore conosciuto dalla Republica di Vinegia, lo propose ad honorato carico di Cavalleria, il che penetrato dal Duca Alfonso suo Signore procurò per ambasciator straordinario, che fu il Cavalier Camillo Gualenghi, presso detta Republica, che in lui la detta carica non si effettuasse, con animo di adoperarlo egli in affari di portata, honorandolo con il titolo di Marchese. Andò ambasciatore per Don Cesare Estense Duca di Modona, nelle rivolte di Ferrara a Rodolfo Imperatore, sì per darle parte della morte del Duca Alfonso, com'anche per effettuare il negozio della investitura dello Stato di Modona e di Reggio anche in tal tempo imperfetta, e di ogni altro feudi Imperiale, si come eseguì con istraordinaria diligenza, essendo egli straordinariamente favorito, ed accarezzato da Sua Maestà, non senza ammirazione di tutta la Corte, e di tanti Ambasciadori di gran Principi, che in essa si ritrovavano dimorare per lungo tempo, seguita poi la morte di Clemente Ottavo venne destinato Ambasciatore a nome pubblico a prestare ubbidienza a Leone XI suo successore, tien luogo la famiglia tra le 27 del Conseglio Nobile della Città" [34]

Lo storico ferrarese Luigi Ughi nel 1804, collocando il marchese di Scandiano tra i ferraresi illustri, riprende il brano precedente dicendo che "egli si abilitò a tutti gli esercizi dell'arte militare, e si fece un sì gran nome che la Repubblica di Venezia gli offerse una delle più luminose carriere della sua cavalleria. Egli da polito e gentil cavaliere rese di questo invito consapevole il Duca Alfonso II, rimettendo alla sua deliberazione l'esito dell'affare. Ne fu sul punto disuaso, ma con termini così obbliganti, che non sol quello, ma poi di qualunque altro impegno non lo poté staccare dal servigio di un principe da cui era amato e particolarmente distinto. Fu onorato in appresso dal titolo di Marchese, ed occupò i primi posti della Corte. Nelle emergenze della Devoluzione di Ferrara andò ambasciatore per il Duca Cesare all'imperatore Rodolfo, da cui ebbe grandi accoglienze, e si vide esaudito nella dimanda che faceva in rapporto all'investitura degli Stati di Modena, Reggio e di tutto quel che possedevano gli Estensi di Feudi Imperiali. Nel 1605 fu eletto ambasciatore di congratulazione a Leon X, fatto Pontefice dopo la morte di Clemente VIII. Terminò in Ferrara la sua famiglia nel March. Ottavio Tieni di lui figlio, morto nel 1 Luglio del 1623." [35]

Anche lo storico scandianese Morsiani, nella sua Cronaca, [36] descrive il marchese di Scandiano riportando, come gli storici precedenti, alcuni tratti, tra cui il servizio presso il duca d'Urbino, che quasi certamente si riferiscono al cugino Giulio da Thiene: "fu cavaliere che godè presso ai primi Principi dell'Italia, un distinto grado di stima come si comprova dalle seguenti notizie copiate da Vicenza:

Passò a Roma col Duca Alfonso per baciare il piede al P.P. Gregorio XIII e fu ascritto alla Nobiltà Romana. Trattò e concluse la pace per comando del Duca stesso fra li Ser.mi di Parma e Mantova. Fu spedito dal Duca Cesare per impetrare l'investitura dé Stati Estensi all'Imperatore. Fu spedito Ambasciatore pure a Papa Clemente Ottavo nell'occasione in cui s'impadronì della Città di Ferrara, ed assistè con tale carattere in Firenze alle nozze della Regina Maria di Francia. Il gran Duca Federico gli offrì onorevoli impieghi, e così il Duca Vincenzo di Mantova, ed il Re Cattolico gli esibì il posto di Consigliere di Guerra in Milano. La Ser.ma Repubblica di Venezia gli esibì la banda grande degli Uomini d'Arme sostenuta poi anzi dal Duca d'Urbino, et egualmente il Duca Alessandro Farnese l'invitò alla Guerra di Fiandra con generose offerte, cose tutte che ci ricusò per non staccarsi dal Duca Cesare, a cui di molto era gradevole la sua Persona".

Sembra dunque che gli accenni all'architettura fortificata ed alla brillante carriera militare al servizio del Duca di Urbino, debbano riferirsi al conte Giulio da Thiene, che risiede ad Urbino dove muore nel 1588, mentre le descrizioni relative agli incarichi diplomatici, ed in particolare al ruolo di ambasciatore presso l'Imperatore ed il Papa, riguardino il marchese di Scandiano Giulio Thiene.

Per quello che attiene in particolare al nostro feudo, e questa volta non dovrebbero esservi dubbi su quale dei due personaggi viene descritto, il Morsiani afferma che il marchese "abitò in sua gioventù frequentemente a Scandiano, attendendo all'abbellimento del nostro castello, che fece ampliare di fabbriche, ed in gran parte dipingere, come tuttavia si vede, in molti luoghi la sua arma inquartata colla San Vitali per la Contessa Eleonora San Vitali sua moglie (...). Fece pure alcuni notabili risarcimenti a aggiunte in Rocca, per cui vi si legge anche oggi sopra tutto il suo nome".

Risale agli ultimi anni del sedicesimo secolo il forzato abbandono di Ferrara e Comacchio da parte degli Estensi. In seguito alla Convenzione faentina questi vengono infatti estromessi dal Papa, per ragioni dinastiche, dalla città d'origine, e la signoria estense si ritrova ristretta ai soli feudi imperiali di Reggio e Modena, mentre nello stesso periodo "la politica filopapale di Enrico IV compromette la tradizionale solidarietà politica e diplomatica che per circa un secolo ha legato il destino estense alla monarchia francese". [37] La perdita di Ferrara viene dalla casa d'Este vissuta "per secoli come una orribile mutilazione, inflitta senza giustizia, mai accettata dai rappresentanti della casata, che senza stancarsi facevano stendere dai loro giuristi controdeduzioni all'ingiustizia della "Capitolazione Faentina" e brigavano intrighi e alleanze per tornare a Ferrara e Comacchio". [38]

Il duca Cesare d'Este si trasferisce a Modena, seguito da molti altri personaggi legati alla corte estense, come "giardinieri, ed erboristi, assieme ad architetti ed ingegneri come Pasio di Passi, il senese Cosimo Pugliani, (che poi ritornò in Toscana) e, il più utile di tutti, Antonio Vacchi, architetto, supervisore e allestitore di cerimonie" [39]

A Modena il nuovo duca Cesare, non ancora rassegnato alla perdita di Ferrara e del suoi splendidi palazzi, mal si adatta al trasferimento della corte nello scomodo e rozzo "Castello", ma ancora non decide di intervenire per trasformare questa residenza in Palazzo. Solo "negli ultimi anni del ducato di Cesare d'Este, parallelamente alla consapevolezza che il ritorno a Ferrara doveva essere considerato obiettivo quantomeno di lungo termine, si affaccia anche l'esigenza di un salto di scala nella configurazione della residenza ducale". [40]

Molti feudatari estensi sembrano invece essere intenti, in quest'epoca, a realizzare grandiosi progetti edilizi: i Bentivoglio a Gualtieri edificano, su progetti di Aleotti e Vacchi, il palazzo, la chiesa e "la grandiosa piazza porticata, splendida avancorte organizzata già come place royale", [41] e a Scandiano , già nei primi anni del '600, il marchese Giulio Thiene progetta di ampliare la rocca fino a farla diventare un sontuoso palazzo, sovradimensionato rispetto alla importanza politica di questo feudo. [42]

Una serie di progetti, piante della rocca, lettere dal cantiere, conservati presso l'Archivio di Stato di Modena, testimoniano la grandiosità dei piani di ampliamento per la rocca di Scandiano: due grandi corpi di fabbrica a sud e a est e una imponente chiesa con pianta a croce greca dovevano racchiudere un nuovo cortile porticato, due torri simili a quella già edificata sarebbero state erette per chiudere le nuove facciate, quella sud rivolta verso il monte e i territori di caccia, e quella est affacciata su di una grande piazza porticata, simile a quella già realizzata dai Bentivoglio a Gualtieri, uno scalone monumentale, continuamente ridisegnato in forme che vanno dal quadrato all'ellisse al cerchio avrebbe condotto ai piani nobili e in particolare alla "Galleria" ed alla grande "sala nuova" .

In un foglio firmato Gio Batta Laderchi, allegato ad una lettera di Giulio Thiene del 22 marzo 1610 diretta al duca di Modena, si afferma che "sono circa dodici anni che il Marchese di Scandiano condusse per capomastro delle sue fabbriche nel dº luogo M.re Gio. Marco Baccarelli il quale obbligò per cinque anni continui la persona sua et insieme quella di suo fratello murator anch'esso per il salario di quindici scudi il mese" e si chiede che questo capomastro non venga richiamato, come imporrebbero certe "grida", presso le fabbriche del Principe della Mirandola, ma possa, assieme al fratello Tullio, continuare il lavoro "al quale si erano già obbligati", infatti "mancando all'obbligo e debito loro pregiudicate al progresso delle fabbriche di Scandiano, l'opera delle quali per ogni ragionevole riguardo premeva grandemente al medesimo Marchese". [43]

Giulio Thiene muore però nel 1619, in seguito alle ferite provocate da un incidente con la carrozza ed alle complicazioni dovute alla gotta, [44] lasciando erede il figlio Ottavio II. Il marchese Giulio arriva comunque a vedere realizzati gli appartamenti dell'angolo sud-ovest, compresa la torre angolare e la prima parte dell'estesa facciata verso il monte. Questa ala della rocca alla sua morte doveva infatti essere già ultimata, come documenta un inventario redatto nel 1620, nel quale vengono descritte come arredate e tappezzate di recente le "camere nove" vicino alla "torre nova". [45]

Ottavio II Thiene, così come il padre, governa questo feudo da Ferrara, dove risiede nel palazzo Schifanoia [46] (situato nella via chiamata "Scandiana"), ma ne viene a prendere solenne possesso solamente un anno dopo, il 5 novembre 1620. Il cronachista Guarini descrive il marchese Ottavio II, suo contemporaneo, come un personaggio "di elevato ingegno e di animo generoso e nobile, vivendo tra di noi con grande magnificenza e splendore" e racconta in particolare una festa organizzata in occasione dell' "Assunzione di Gregorio XV nostro Signore al Pontificato, gli celebrò nella gran piazza detta di Schiffanoia, situata davanti al suo Palagio, sontuosissime allegrezze illuminate con bellissimo ordine da infiniti lumi, e fuochi", con una complicatissima scenografia comprendente una "gran macchina che la facciata del detto Palagio superava", finendo poi con "compitissimi concerti musicali". [47]

Questo ultimo Thiene riesce a farsi benvolere dai sudditi di Scandiano per i modi di governo più accondiscendenti e per il fatto di aver nominato come suo Ministro lo scandianese Bartolomeo Bertolani, a differenza dei Thiene suoi predecessori che lo avevano sempre nominato "forestiero". Di questi reggenti il Morsiani dice che avevano "non solo un'autorità quasi assoluta dai loro Padroni, ma li distinguevano con titoli superiori anche a confronto dè Gentiluomini forestieri, non chè degli altri più riguardevoli del Paese". Inoltre Ottavio II, assieme alla moglie Lavinia Pio di Savoia, offre nel 1622 un terreno di sua proprietà ed una certa cifra di denaro, per edificare la Chiesa ed il Convento dei Cappuccini.

Una testimonianza riguardante questi lavori ci viene dal cronista modenese Spaccini, che nella sua Cronaca [48] descrive un viaggio a Scandiano di alcuni personaggi della corte estense effettuato il 15 ottobre 1622 (il manoscritto è piuttosto rovinato e certe pagine sono poco leggibili): "Dopo disinato ripartissero in carrozza et andassero à Scandiano, andassero alla Palazzina, ma no vi era la S.ra Zia Isabella (...), appresso in un certo promontorio vedessero cominciare la Chiesa di R.R. P.ri Capuccini e piantatatale le Croci (...) prima erano stati in sito più basso e brutto (...) ma questo di hora è bellissimo, dicono che sarà il più bello della Provintia, e [...] bonissima aria, il Marchese vi viene e vi ha gusto grandissimo per essere sua fabrica, e la prima c'habbia mai fatto e per si faccia non perdona a niente". Dopo questa descrizione che si riferisce alla costruzione della nuova Chiesa dei Cappuccini si trova un appunto relativo al giorno successivo, quando i viaggiatori si recano ad ammirare anche i lavori alla rocca: "Andassero a Messa in carrozza a San Gioseffo di Scandiano poi dentro alla loro chiesa Parrocchiale, dove stavano in Rocca un poco et vedessero la fabrica, (...), e poi e poi tornarono a disinare alla Palazzina. (...) e poi andavero a spasso dietro la Strada delle Pioppe col pittore Lod. Lana e Gio. Batta Genovese scultore". [49]

 

Mentre nel 1623 fervono i lavori alla fabbrica della rocca il marchese Ottavio, da anni sofferente di gotta come il padre, muore senza eredi maschi, [50] cosi che il feudo di Scandiano ritorna sotto il controllo della casa d'Este.

Secondo Rombaldi si può dire che "la costruzione della rocca, pensiero dominante dell'attività edilizia dei Thiene, eccedesse le reali possibilità dei signori, i quali commissionarono a vari artisti ora una parte ora un'altra dell'edificio; la fine prematura della casa e le difficoltà finanziarie impedirono il compimento". [51]

Che i lavori progettati dai Thiene a Scandiano fossero di notevole entità e di peso per la popolazione è documentato da una pergamena del 1624. In questo documento la comunità scandianese, rappresentata da Andrea Codeboni, dopo la morte dell'ultimo Thiene nel 1623 rivolge una supplica al duca Cesare chiedendo che vengano modificate le nuove leggi introdotte a Scandiano da questi feuda-tari. Dopo una serie di richieste relative a maggiori libertà nei movimenti personali e nelle transazioni commerciali, all'abolizione di gravose normative fiscali, alla modifica di regolamenti di fiere, mercati e caccia, gli scandianesi lamentano che "le fabbriche a Scandiano del Sig. Marchese Giulio Tieni erano così infinite che alla communità tutte pajino impossibili a perfecionarsi per la debolezza dei sudditi che venivano forzati con strane maniere a prestar opere e carriaggi anco che queste tendessero solamente a voluptà sensuale. Et però esse ricorrono a supplicar V.A. Ser.ma voglia restar servita di dichiarar i sforzi sontro le suddette coità fatte per dette fabriche nulle et ordinar assolutamente che per l'avenire sia riconosciuta la divozione dei sudditi dichiarandoli obbligati solamente alla riparazione di castello et non altrimente.". [52]

I lavori alla "fabbrica della rocca" proseguono a rilento negli anni successivi, finanziati dalla Camera Ducale Estense, sotto il cui controllo Scandiano rimane per undici anni, e verranno ripresi soltanto nel 1634 dopo l'insediamento del nuovo feudatario Enzo Bentivoglio.

I Bentivoglio

Nel 1634 il feudo di Scandiano è "scambiato" dall'amministrazione estense con quello di Gualtieri tenuto da un ramo della famiglia Bentivoglio.

Gualtieri, territorio paludoso e malsano, è stato assegnato nel 1567 dal duca Alfonso II a Cornelio Bentivoglio, che si impegna a bonificarlo e a renderlo degno di un importante casato. Con l'intervento di Giovanni Battista Aleotti, architetto e ingegnere idraulico al servizio del ducato estense, vengono prosciugati i terreni paludosi e si inizia la costruzione del Palazzo Bentivoglio e della prospicente grande piazza porticata.

Nel 1608 Enzo Bentivoglio, figlio di Cornelio, propone "di bonificare le valli e i terreni ferraresi tra il Po e il Tartaro, sino ai confini veronesi e mantovani" [53] , completamente a proprie spese, ma con la promessa di ottenere in seguito "la metà di tutti i terreni prosciugati dalle acque, e anche la metà di quelli che prima della bonifica erano soggetti ad inondazione", e nel 1610 il Papa Paolo V "gli concesse parte del Monte Sisto vacabile e la facoltà di erigerne e venderne 700 luoghi (noi diremmo azioni) per raccogliere fondi da impiegare nella bonifica". I lavori però richiedevano enormi capitali, tanto che "ancora nel 1632 Papa Urbano VIII concesse al Bentivoglio di erigere un nuovo Monte, che fu detto "Monte Bentivoglio"".

Tutti questi lavori di bonifica, assieme all'edificazione di palazzi e chiese a Ferrara e a Gualtieri, dissanguano le finanze di Enzo Bentivoglio, tanto che si arriva nel 1630 addirittura alla confisca dei suoi beni a Roma. [54]

La colpa del dissesto economico viene data al maltempo ed alle inondazioni che continuamente distruggono i lavori man mano vengono eseguiti, ma vi sono anche sospetti di costruzioni difettose. [55]

Nel 1634, vengono presi accordi per lo scambio tra il feudo di Gualtieri e quello di Scandiano, compromesso che porta un pò di respiro finanziario a Enzo Bentivoglio oberato dai debiti. Una serie di lettere e documenti conservati presso l'archivio Bentivoglio, dimostra però una che disputa legale, causata da diverse interpretazioni degli accordi economici intercorsi, impegnerà per anni il Bentivoglio contro il Duca di Modena. [56]

Tra le attività per le quali è conosciuto Enzo Bentivoglio vi è anche quella di organizzatore di spettacoli teatrali, che il marchese realizza per le corti d'Este e Farnese. Le attività teatrali a Ferrara dipendono all'epoca "quasi esclusivamente dall'iniziativa culturale del nobile ferrarese, il quale infaticabilmente organizza la maggior parte degli spettacoli dei primi due decenni del secolo e quali sempre in tandem con l'Aleotti". [57] Assieme realizzano nel 1605 il teatro dell'Accademia degli Intrepidi, della quale il marchese Enzo è il fondatore, e successivamente l'adattamento della "Sala Grande", nel castello di Ferrara, in teatro da tornei. Sembra quindi probabile che sia proprio il Bentivoglio a proporre l'architetto ferrarese a Ranuccio Farnese in qualità di progettista del grande teatro nel palazzo della Pilotta.

Giovan Battista Aleotti però, abbandona il cantiere del Teatro Farnese nel 1618, quando "forse preso da altri interessi, l'architetto, dopo la progettazione ed un breve periodo di direzione tecnica dell'impresa, rinunciò, per motivi non molto chiari, alla direzione dell'opera, licenziandosi a pochi mesi dalla sua venuta a Parma". [58] Dopo la partenza dell'Argenta Ranuccio Farnese "pretende che la direzione passi in mani espertissime e di conseguenza, forse su proposta dello stesso Aleotti, la sovrintendenza generale dei lavori viene affidata al marchese Enzo Bentivoglio", [59] che vanta una esperienza teatrale ed architettonica non comune e che interviene sul progetto per "aumentare la capienza del teatro, arricchendo le logge di due arcate per parte (...), e ampliando il retropalco, che in pratica ingrandì il palcoscenico di due terzi, al fine di consentire i depositi di macchine e scene" [60] . Enzo Bentivoglio però, non può occuparsi del teatro in modo continuativo e "impone come architetto e responsabile tecnico sia dei lavori di decorazione del teatro che scenografici quel Pier Francesco Battistelli del quale solo di recente è stata ricostruita la complessa e fondamentale attività nel completamento del Farnese" [61]

La rocca di Scandiano è, all'arrivo dei Bentivoglio, una specie di cantiere aperto; se i lavori allo scalone sono in parte proseguiti con l'intervento della Camera Ducale, [62] la facciata sud e la nuova ala est sono state invece interrotte dieci anni prima. Il nuovo marchese decide di sistemare per se e per la famiglia gli appartamenti nel corpo di fabbrica quattrocentesco verso ovest, suddividendo la grande Sala Vecchia per ottenere tre nuove camere. [63] Vengono effettuati anche lavori allo scalone, eseguiti dal "maestro della fabbrica" Tullio Baccarelli, già al servizio dei Thiene, per accomodare gli scalini e la balaustra. [64] Alla fine del 1634 i lavori sono ancora in corso e l'intendente Pellicciari scrive ad Enzo Bentivoglio dicendo che "si farà quale si puole per solecitar la fabrica". [65] Presso l'Archivio Bentivoglio è conservato anche un documento datato aprile 1634 e definito "Brevetto di Urbano VIII Pontefice col Marchese Enzo Bentivoglio Marchese di Scandiano di erigere nella sua Casa di Scandiano una Cappella con la facoltà di poter celebrare la Messa". [66]

Anche questa volta però l'edificazione della "Rocca Nuova" non può essere portata a termine: Enzo Bentivoglio muore infatti a Roma nel 1639, lasciando gli eredi alle prese con gli interminabili lavori edilizi e di bonifica, ed in cattive condizioni finanziarie. Mentre le bonifiche di Trecenta continuano ad assorbire denaro, "Francesco I di Modena, sotto pressione egli stesso da parte del banchiere romano Sirena, insisteva per un immediato pagamento dei debiti contratti con il Mont'Estense, così che Cornelio II cominciò ad appianare i debiti rivendendo il feudo di Scandiano alla casa d'Este" [67] per la somma di 74.617 scudi, [68] coprendo così una parte dei debiti contratti dai Bentivoglio.

La cessione di Scandiano inoltre risolve parzialmente, oltre a quelli finanziari, anche certi problemi diplomatici. Luciano Chiappini afferma che questa restituzione avviene anche "per iniziativa di Guido Bentivoglio e di Cornelio, figlio di Enzo, mossi dalla preoccupazione di non urtare le suscettibilità della corte romana". [69] I Bentivoglio in quegli anni si trovano infatti in una situazione non molto chiara in rapporto alle alleanze e alle rivalità politiche del tempo. Risultano infatti feudatari estensi, e quindi imperiali, a Gualtieri e in seguito a Scandiano, ma sono allo stesso tempo soggetti al Papa a Ferrara, dove è la residenza principale, e a Roma, dove nel palazzo presso il Quirinale risiede il cardinale Guido Bentivoglio. Come molte altre nobili famiglie, anche essi hanno un "rappresentante" che svolge all'interno della corte romana attività diplomatica e di promozione dinastica, infatti "dalla cautela e dall'acutezza del principe cardinale può dipendere qualche volta la sopravvivenza stessa della dinastia familiare e, spesso, il mantenimento delle sue prerogative politiche, poichè è soprattutto a Roma che si decidono tra il Quattro e il Seicento le sorti dell'Italia e dell' Europa". [70]

 

Dai Bentivoglio a oggi

Il marchesato di Scandiano torna, dopo l'uscita di scena dei Bentivoglio, ancora una volta di competenza della Camera Ducale.

Dell'ampliamento verso est e del nuovo torrione, rimasti incompiuti, nessun feudatario o principe estense vorrà più occuparsi, così ancora oggi dell'imponente palazzo immaginato da Giulio Thiene sono visibili, oltre alla piccola parte realizzata, solo le fondamenta, così come rimangono solo tracce del grande cortile porticato che la nuova espansione doveva racchiudere. L'unico lavoro di rilievo che viene compiuto dopo questo periodo è la decorazione a stucco compiuta nei primi anni del '700 da Antonio Traeri, detto "il Cestellino" nell'appartamento ducale a piano terra, [71] completato con le decorazioni ad affresco di Francesco Stringa. [72]

Negli anni tra il 1643 ed il 1725 la rocca diviene feudo di molti principi d'Este, da Luigi "il seniore" a Luigi "juniore", a Foresto. Nel 1683, secondo lo storico locale Paolo Braglia "il Principe Luigi d'Este ornò di marmi la porta nord della Rocca di Scandiano facendovi porre sopra la medesima l'arme estense in marmo col di lui nome ed ingrandì pure il giardino che ritrovasi al mezzogiorno di detta Rocca". [73]

In seguito, dopo un periodo di abbandono e di degrado, passa al marchese Dè Mari (1740-1777), nobile genovese e governatore di Reggio, poi torna di proprietà esclusiva dei regnanti estensi. Nel 1772 viene effettuato il distacco degli affreschi di Nicolò Dell'Abate dal Camerino e dal Paradiso, e trent'anni dopo sono "strappati" anche i pochi frammenti che erano sopravvissuti nel cortile. Durante la rivoluzione francese la rocca è di proprietà dello stato, e viene poi venduta a Paolo Braglia di Scandiano che la tiene fino alla Restaurazione, quando ritorna di proprietà degli Estensi che la destinano a sede estiva per i cadetti dell'Accademia. Nel 1859, dopo il Plebiscito, la rocca torna di proprietà demaniale, e viene poi ceduta al Comune di Scandiano nel 1872 "che la destina a sede per uffici comunali, pretura, scuola, carcere mandamentale e teatro, per poi diventare (...) sede secondaria della Scuola Militare di Modena nel 1883". [74]

Negli ultimi decenni la rocca è stata utilizzata sempre più di rado come sede estiva dell'Accademia, esponendosi ad un progressivo degrado determinato dalla scarsa manutenzione. Questo fino al 1983, anno in cui viene intrapreso il ciclo di lavori di restauro, da parte della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici dell'Emilia Romagna. I restauri, purtroppo ora sospesi con il grave pericolo di compromettere i lavori sino ad oggi svolti, hanno interessato, fino al momento attuale, l'"appartamento ducale" a piano terra, che contiene le camere ornate dagli stucchi di Traeri nei primi anni del '700, il cortile, la facciata occidentale, il ponte e lo scalone monumentale.


Scandiano tra il '500 e oggi, le vicende storiche - La Rocca di Scandiano alla fine del '500 - I progetti della Rocca Nuova

La Rocca di Scandiano nel contesto dell'opera di Giovan Battista Aleotti - La Rocca Nuova di Giovan Battista Aleotti

I progetti per Palazzo Bentivoglio a Ferrara

La localizzazione del Camerino Dipinto e del Paradiso

Bibliografia - Regesto dei documenti


Note



[9] Ibidem p. 178.

[10] A.S.RE. Archivio Turri, n° 98. 2.

[11] A.S.RE., Notai, Sabioni, 4 febbraio 1494.

[12] B.M.P.RE, G. Prampolini, Cronaca di Scandiano, ms., sec.XVI.

[13] G. Prampolini, op. cit.

[14] A.S.Mo. Cancelleria Ducale, Particolari, Giulio Boiardo, 1535, 6 agosto.

[15] Reggio Emilia, Biblioteca Municipale Panizzi, Archivio Turri C 38, Francesco Morsiani, Supplemento alla Cronaca di Scandiano di messer Geminiano Prampolini, 1740 circa. op.cit.

[16] A.S.RE., Archivio notarile Bertolani, Lettera di Bartolomeo Spani a Giulio Boiardo, b. 1046, pubblicata in: O.Rombaldi, Correggio, Città e Principato, Modena, 1979, p. 141

[17] A. Belli, Storia di Scandiano, Reggio Emilia, 1928, p.42.

[18] Ibidem, p.44.

[19] A.S.Pr. Epistolario scelto, 1 dicembre 1557.

[20] A.S.Mo. Camera Ducale, Cassa Segreta Vecchia, n° 942.

[21] F. Morsiani, op.cit.

[22] Ibidem

[23] L. Puppi, Andrea Palladio, Opera completa, Milano, 1973, p. 107.

     H. Burns, La villa Thiene di Quinto, in Giulio Romano, Milano, 1989, p.507.

[24] O. Rombaldi, Il Marchesato di Scandiano e il governo dei Thiene, in Cesare Magati, Medico e religioso, Roma, 1978, p. 106.

[25] Ibidem, p. 109.

[26] F. Morsiani, op.cit.

[27]   O. Rombaldi, op.cit., p.123.

[28] B.B.V., Catastico, Archivio Thiene, mazzo 44, 11 luglio 1566, Testamento del Co. Ottavio Thiene.

[29] In una lettera del 27 giugno 1588 Giulio da Thiene dice di essersi impegnato affinchè "Antonio Lazzaroni possa avere il Commissariato del Stato del Marchese di Scandiano, mio cugino, al quale era stato proposto dal Ecc.mo S.re Don Cesare d'Este" (A.S.Mo. Cancelleria Ducale, Particolari, busta 1382, 27 giugno 1588).

[30] L. Servolini, Giulio da Thiene, in: U.Thieme-F.Becker, Allgemeines Lexicon der Bilden den Kunstler, Liepzig, 1939, vol. XXXIII, p. 30-31.

[31] F. Morsiani, op.cit.

     A.S.Mo. Cancelleria Ducale, Particolari, busta 1384, 3 sett. 1619.

[32] A.S.Mo. Archivi Militari, busta 246, Giulio Thiene, Trattato sulle fortificazioni di Ferrara, 1588.

[33] A.S.Mo. Cancelleria Ducale, Particolari, busta 1382, s.d.

[34] M.A. Guarini, Compendio Historico delle Chiese di Ferrara, Ferrara, 1621, p. 306.

[35] L. Ughi, Dizionario storico degli uomini illustri di Ferrara, Ferrara, 1804.

[36] F. Morsiani, op.cit.

[37] C.Conforti, Testimonianze letterarie e disegni inediti sulle residenze estensi a Roma fra il XVI e il XVII secolo, in "Palladio", Anno II, n°4, Dicembre 1989, p. 49.

[38] A. Biondi, Castello, Palazzo Ducale, Accademia Militare, sette secoli di uno spazio cittadino, in A. Biondi (a cura di), Il Palazzo Ducale di Modena, Modena, 1987, p.22.

[39] J. Southorn, Power and display in the seventeenth century, the arts and their patrons in Modena and Ferrara, Cambridge, 1986, p. 13-14.

[40] A. Biondi, op. cit,. p. 68.

[41] A.M. Matteucci, Originalità, diffusione e durata di un linguaggio, in: Vincenzo Vandelli (a cura di), Architetture a Mirandola e nella bassa modenese, Modena, 1989, p. 12.

[42] Questo appare in sintonia con le tendenze dell'epoca, infatti tra il XVI e il XVII secolo, in Italia più che in altri paesi, affermano gli storici dell'economia, "si investe in maniera sbagliata, si "pietrifica" il denaro e lo si immobilizza in edifici sontuosi togliendolo da attività produttive e manifatturiere per spostarlo in varie forme di investimento immobiliare", ma d'altro lato "siamo anche in presenza di una espansione culturale di grande rilevanza che in sè determina nuovi significati e nuovi valori; ancorchè una concezione più ampia e diversa di ciò che dovesse intendersi "economico"" (R. Fregna, Città e investimenti, in Storia dell'Emilia Romagna, vol. II, Bologna, 1977, p. 276).

[43] A.S.Mo. Cancelleria Ducale, Particolari, busta 1382. settembre 1610.

[44] A.S.Mo. Cancelleria Ducale, Particolari, busta 1384, 3 settembre 1619.

[45] A.S.RE., Arch. Notarile Ippolito Bertolotti, b. 3529, 1620.

[46] F. Pasini Frassoni, Dizionario Storico dell'Antico Ducato di Ferrara, Bologna, 1914, p. 566-567.

[47] M.A. Guarini, Compendio Historico delle Chiese di Ferrara, Ferrara, 1621, p. 307.

[48] A.S.C.Mo., G. Spaccini, Cronaca, vol. VI, 15-16 ottobre 1622.

[49] Sull'identità del pittore non ci possono essere dubbi, si tratta di Lodovico Lana (1597-1646), artista ferrarese attivo a Modena proprio dal 1619 (L'arte degli Estensi, La pittura  del seicento e del settecento a Modena e Reggio, Catalogo critico, Modena 1986, p. 114); lo scultore si può invece, con una certa sicurezza, identificare in Gio. Batta Pontelli (o Poncelli secondo altre fonti), l'artista che realizza le statue dello scalone e che potrebbe essere stato chiamato "Genovese" in riferimento alla città di origine.

[50]   La prima moglie di Ottavio, Camilla Sogari è morta infatti durante il parto, assieme al primogenito del marchese (A.S.Mo. Cancelleria Ducale, Particolari, busta 1382, settembre 1608). Giambatista Venturi  ricorda che Ottavio II Thiene lascia la seconda moglie Lavinia Pio di Savoia e tre figlie, "Eleonora, che s'accasò col marchese Macchiavelli di Ferrara nipote di Papa Urbano VIII, Francesca che fu moglie del Marchese Claudio Rangoni, e Barbara fattasi monaca" (G. Venturi, Storia di Scandiano, Modena 1822, p. 114). In un manoscritto che fa parte degli appunti preparatori per l'edizione a stampa, Venturi specifica che Eleonora Thiene sposa "Lorenzo Macchiavelli Firent.o, Capitano delle guardie di Papa Urbano VIII, fratello di Franc. Ma. Card.le Arciv. di Ferrara". (B.M.P.RE., Manoscritti Reggiani, A.53, G. Venturi, Scandiano)

[51] O. Rombaldi, op.cit., p. 106.

[52] A.S.Mo. Rettori dello Stato, Reggiano, Scandiano, Busta 12, 1 agosto 1624.

[53] T. Ascari, Enzo Bentivoglio, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, 1966, p.611.

[54] A.S.Fe. Archivio Bentivoglio, lib. 124, n°3.

[55] J. Southorn, op.cit., p. 93.

[56] A.S.Fe. Archivio Bentivoglio, busta 240.

[57] A. Frabetti, L'Aleotti e i Bentivoglio, in "Il Carrobbio", n° 9, 1983.

[58] T. Cappelli, Il Teatro Farnese di Parma, Parma, 1990, p.37.

[59] A. Cavicchi, Il Teatro Farnese di Parma, Parma, 1986, p. 15.

[60] A. Frabetti, op.cit. p.205.

[61] A. Cavicchi, op.cit., p. 16.

[62] A.S.Mo. Fabbriche e Villeggiature, busta 69.

[63] A.S.Fe. Archivio Bentivoglio, lib. 130-1, Inventario del 1634.

[64] A.S.Fe. Archivio Bentivoglio, busta 240, 6 aprile 1634.

[65] A.S.Fe. Archivio Bentivoglio, busta 240, 11 dicembre 1634.

[66] A.S.Fe. Archivio Bentivoglio, busta 240, 20 aprile 1634.

[67] J. Southorn, op.cit., p. 93.

[68] A.S.Fe. Archivio Bentivoglio, lib. 144, n° 43, 2-4-1643.

[69] L. Chiappini, I Bentivoglio dopo Bologna, in: Cecilia Ady, I Bentivoglio, Milano, 1965, p. 285.

[70] C.Conforti, op.cit., p. 45.

[71] A.S.Mo. Archivi per materie, Scultori, busta 17/1, Antonio Traeri.

[72] P.C. Lavagetto, Scultura e decorazione nel seicento e settecento, in Storia dell'Emilia Romagna, Bologna, 1977, p. 684.

    G. Guandalini, Francesco Stringa, in L'arte degli Estensi, Catalogo della mostra, Modena, 1986, p. 125-127.

[73] A.S.RE., Archivio Turri, P. Braglia, Cronaca di Scandiano, b. 162 fasc. 3 e 7. Citato in:  R. Gandini , Lo stato di Scandiano e la corte di Giulio Boiardo nella prima metà del secolo XVI, in La Rocca di Scandiano..., cit., p. 68.

[74] Ibidem